Alcune considerazioni
contro l'uso della violenza
nello scontro sociale
Dopo il g8 di Genova mi è capitato per la prima volta di confrontarmi
intensamente sulle tematiche violenza/nonviolenza nello scontro sociale,
anche al di là dei fatti specifici avvenuti nel capoluogo ligure,
con alcune delle persone del collettivo che "gestisce" Libera.
Questo breve intervento, pur nella sua manifesta incompletezza, nasce
da quelle discussioni. La volontà di dargli una forma scritta
risponde, trattandosi di un tema con il quale il movimento libertario
si confronta da sempre, a esigenze di organicità, sia pur modestissima.
Il problema che viene posto è vecchio: di fronte a un ingiustizia
si può scegliere tra ribellarsi o accettarla; una volta che si
sia scelto di ribellarsi occorre decidere quali forme di ribellione
possano essere ritenute accettabili e quali siano eticamente sbagliate
e quindi da rifiutare. Di fronte a un'ingiustizia che causi morte e
sofferenze altrui chi, pur avendone consapevolezza, non si ribelli è
complice di queste sofferenze e di queste morti? Fino a che punto occorre
spingere la propria ribellione? Fino al rischio della propria vita?
Fino al rischio di quella altrui?
Quando si parla di violenza bisogna innanzitutto distinguere: esistono
almeno due tipi di violenza molto diversi tra loro per le implicazioni
che hanno, una che si pratica sulle cose e una che si pratica sulle
persone.
Ci sono casi nei quali la violenza sulle cose può essere sacrosanta:
ad esempio quella sulle cose che fanno male alle persone. In casi simili
fare violenza su questi oggetti significa in realtà opporsi alla
violenza sugli individui.
Molto diverso è il caso della violenza sulle persone. Tra le
tante buone ragioni che ci possono essere per rifiutarla vorrei evidenziarne
almeno due strettamente attinenti alla conformazione del pensiero anarchico.
L'anarchia è, in senso lato, la lotta dell'uomo (e del pensiero)
alla ricerca della sua più radicale emancipazione e, in senso
politico più stretto, la ricerca della forma di organizzazione
sociale che consenta la massima libertà1 possibile per ogni individuo.
Ora: non si tratta proprio di un obiettivo tra i più semplici
quello che ci siamo posti. Io quando mi ci confronto non posso fare
a meno di sghignazzare; spero di essere in buona compagnia in questo.
Coerentemente coi propri proponimenti, l'anarchismo rifiuta il dogmatismo
(purtroppo nella storia della pratica anarchista ciò non sempre
è stato vero) e le soluzioni preconfezionate, anche a costo di
apparire "fumoso" e di essere, per alcuni aspetti, contraddittorio.
Esso si presenta come una grande sperimentazione, sociale e non solo,
ed ha la problematicità e il dubbio come elementi fondanti. Rispetto
a tutto questo, quanto deve essere certo delle proprie ragioni chi si
ritenga in grado di decidere per la morte altrui? Suppongo che debba
nutrire delle certezze di ferro.
La fonte suprema di quelli che noi consideriamo i diritti, infatti,
non attinge a nient'alto che alle nostre intime convinzioni. Detto in
termini differenti, i diritti non sono altro che nostre invenzioni.
Esempio tipico: io posso ritenere che la proprietà dei beni materiali
sia, come diceva quel tale, un furto, ma volendo ripristinare quella
che io trovo la condizione di giustizia, ovvero la condivisione di questi
beni, mi scontrerò con chi invece ritiene che la condizione di
legittimità sia quella attuale e che il vero furto sia la collettivizzazione.
Io personalmente ho terrore di chi si ritiene così assolutamente
sicuro delle proprie ragioni da trasformarsi nel giudice della vita
altrui; spero di essere in buona compagnia anche in questo.
Ciò detto, è pur vero che la condizione in cui si trova
chi compie un'azione violenta di scontro sociale è una discriminante
fondamentale nel giudizio che se ne può dare. E' ben diverso
essere un contadino brasiliano affamato che entra in una terra non sua
cercando di collettivizzarla a forza e, venendo accolto a fucilate,
con le fucilate cerca di rispondere, oppure un qualsiasi cittadino del
primo mondo al quale i mezzi di sostentamento, lavorando, non mancherebbero
ma che rapina banche nel nome di Brecht ("il vero ladro è
chi la banca la fonda" ecc. ecc.). Non è che io non ritenga
vera la frase di Brecht, è che preferisco chi cerca di spiegarla
anche al cassiere che nella banca lavora e al carabiniere che la banca
difende, a chi li prende a pistolettate senza dire niente.
A nessuno di noi che siamo andati a Genova mancano i mezzi per la sussistenza
di base, nessuno di noi ha problemi a conciliare il pranzo con la cena,
nessuno di noi sta portando avanti un tipo di lotta destinata al soddisfacimento
di un bisogno fisiologico immediato come può capitare a un sem
terra.
Si può ritenere che ci sia urgenza di agire nel nome di chi questa
esigenza fisiologica la sente; si può obiettare che ogni giorno
che passa senza ribellione si contribuisce alla morte di queste persone.
E'una posizione legittima e per molti versi ammirevole. Io credo però
che chi abbia questo tipo di sensibilità, chi si senta corresponsabile
dell'ingiustizia se partecipa a una lotta che può non avere riscontri
immediati, come quella dell'azione non-violenta o, più in generale,
dell'attività politica che comporta il confrontarsi con tutta
la società civile debba unirsi ai movimenti che operano nelle
realtà di cui si diceva prima, quelle in cui si lotta per soddisfare
un bisogno contingente.
Quanto è legittima invece la violenza sulle persone nello scontro
sociale in un contesto come il nostro? La maggioranza del movimento
anarchico, al riguardo, è da molto tempo ferma sulla teoria dell'antiviolenza
malatestiana. Mi chiedo io: il contesto nel quale Malatesta formulava
questa posizione era più simile a quello del sem terra brasiliano
o alla realtà odierna italiana ed europea?
Il secondo motivo che a mio avviso deve indurci a rifiutare la violenza
è l'incontrollabilità della carica autoritaria che essa
porta con sé. Come sa bene chi ha partecipato ai movimenti degli
anni 70, la violenza si riversa inevitabilmente anche all'interno del
movimento, viene usata dai gruppi più spregiudicati per egemonizzare
la scena ed emarginare gli altri. Si inghiotte tutto. Ogni azione giustifica
quella successiva. Ogni violenza ne legittima una un po' maggiore. Chi
pensa di poterne fare un uso limitato si illude. L'escalation in cui
ci si trova coinvolti arriva a negare e annegare le ragioni stesse delle
lotte, rafforzando così, in ultima analisi, quello status quo
che ci si proponeva di abbattere e giustificando la repressione da parte
della forza più grande di tutte, quella di chi detiene il potere
legalitario. Ritengo che l'uso di strumenti di lotta non violenti (verso
le persone) quali la disobbedienza civile in tutte le sue forme, il
boicottaggio, e, primo tra tutti (anche in senso cronologico) il dialogo,
una comunicazione con la società civile che diffonda consapevolezza
delle problematiche dai noi sollevate siano le armi più destabilizzanti
e incisive tra quelle di cui disponiamo. Quelle che possono far incespicare
l'autoritarismo, incasinare le repressioni, servire da cartina di tornasole,
innanzitutto nei nostri stessi confronti, della necessità della
ribellione e della bontà delle sue ragioni. Il loro potenziale
non è stato ancora pienamente sfruttato, vuoi per mancanza di
una cultura appropriata, come nel caso della pratica della disobbedienza
civile e della creazione di incisive campagne di boicottaggio di massa,
vuoi per mancanza di capacità e di mezzi o addirittura per deliberato
rifiuto (mi riferisco qui solo a talune componenti del movimento anarchico),
come nel caso della comunicazione con la società civile. Ma qualcosa,
forse finalmente in meglio, può cambiare. Ci sono anche motivi
di ottimismo nel panorama che abbiamo davanti: accenno solamente, per
brevità e per non andare fuori tema, alla diffusione di internet
e al suo utilizzo come strumento di informazione e di condivisione dell'informazione
(pietra miliare verso una collettivizzazione della proprietà
intellettuale?) e alla presa di coscienza di larghi settori dell'opinione
pubblica della giustezza delle critiche rivolte a taluni aspetti del
sistema economico mondiale.
La fede nella necessità di una organizzazione sociale gerarchicamente
organizzata è grande. E indubbie sono le sue ragioni. Se si possa
andare oltre e come farlo spetta alla comunità intera capirlo.
A noi che non siamo avanguardia di nessuno il compito, liberamente scelto,
di instillare il dubbio e farlo montare, di proporre alternative e cercare
di capirne la validità, di tagliare l'erba sotto i piedi al consenso
di cui godono i detentori del potere, tolto il quale l'insurrezione
violenta non ha più ragion d'essere. Come già aveva capito
più di quattrocento anni fa il poeta le cui parole concludono
il mio intervento.
"Il tiranno non ha per distruggervi niente di più che il
potere che voi gli conferite. (..)Come potrebbe avere abbastanza occhi
per spiarvi se non glieli deste voi stessi? Come potrebbe avere tante
braccia per colpirvi se non le prendesse da voi? Cosa potrebbe farvi
se non foste i ricettatori del ladrone che vi saccheggia, complici dell'assassino
che vi uccide e traditori di voi stessi? (..)Non voglio che lo scacciate
o lo scuotiate, ma solo che non lo sosteniate più, e lo vedrete,
come un grande colosso al quale è stata tolta la base, piombare
giù per il suo stesso peso e rompersi."
(E. De La Boetie - Discorso sulla servitù volontaria)
dj ragno
"FORZE DELL'ORDINE"
A GENOVA: SOPRUSI
E VIOLENZE
Nonostante
proseguano le indagini sulle violenze commesse dalle "forze dell'ordine"
nell'assalto alla scuola Diaz e nelle caserme, con un crescente numero
di inquisiti (tra gli ultimi anche un medico), riteniamo che ciò
che abbiamo vissuto rappresenti un affronto troppo grande per chi crede
e vuole un mondo diverso da quello imposto dal mercato, dal lavoro a
tempo superflessibile e dalle multinazionali che con la complicità
di governi corrotti e dittatoriali impongono ritmi disumani per la produzione
di prodotti che consumiamo noi. Nonostante qualche politico chieda una
commissione d'inchiesta su ciò che è avvenuto durante
il G8, noi pensiamo che:
nessuno pagherà per l'accanimento deliberatamente violento durante
i cortei nei confronti di centinaia di dimostranti pacifici: caricati
a freddo, accerchiati, pestati a terra come documentato da moltissime
fonti;
nessuno pagherà per aver ordinato di "gasare" un corteo
pacifico di 150'000 persone, in una zona dove l'unica via di fuga era
il ripiegare su se stessi, scatenando il panico in una calca che poteva
essere mortale; nessuno saprà mai quanto ha contribuito nell'alzare
il livello di scontro, l'azione di decine di dimostranti, addobbati
di nero usciti direttamente dalle file e caserme della polizia.
Questi assieme ad estremisti di destra infiltrati hanno dato il pretesto
alla polizia di agire con la repressione che avete visto. Qualcuno ritiene
che un gruppetto facinoroso attraversasse volutamente i luoghi occupati
da altri dimostranti che venivano caricati sistematicamente dalle "forze
dell'ordine" che lo seguiva senza tentare di fermarlo. Nessuna
indagine farà giustizia su queste pericolose connivenze degne
quasi di una rinnovata strategia della tensione studiata per le piazze.
Di fronte a questo ci coglie un senso di impotenza paralizzante. La
sospensione dei diritti più elementari, durante quelle giornate
non è degna di un paese che si proclama democratico.
Ci sono alte responsabilità politiche nei disordini di quei giorni,
ed è evidente che qualcuno non aspetta altro che un pretesto
per tornare alle leggi speciali. Chi ha messo un militare di leva in
prima linea, sapendo che caricando un corteo di "disobbedienti
civili" prima ancora che potessero attuare la loro strategia avrebbero
reagito violentemente, cercava il morto nelle file della polizia.
Di fronte ad un avversario cosi potente una delle risposte possibili
dovrà essere l'opposizione creativa e assolutamente non-violenta
(che, non per questo, non dovrà essere di disturbo).
Vogliamo arrivare, non solo a contestare grandi summit per le loro decisioni,
ma anche a far riflettere nelle azioni quotidiane di ogni giorno, chi
ignaro del peso delle proprie azioni non si sente coinvolto, o è
certo di esserne estraneo .
Al di là delle manifestazioni di piazza, solo radicandosi nel
territorio e parlando direttamente con le persone, passo dopo passo
arriveremo ad una nuova presa di coscienza, anche da parte di chi non
si è mai posto questi problemi o non li ha mai voluti vedere.
Scegliere unicamente la logica della piazza significa, per come sono
andate le cose a Genova, cadere nella trappola di chi cerca la spettacolarizzazione
degli scontri e di ogni momento decisionale per volgere la situazione
a proprio vantaggio
Dobbiamo riprenderci le piazze, senza il clamore di chi ha il potere,
ma con la volontà di comunicare a tutti cosa pensiamo di questo
ordine mondiale imposto.
Chiedeteci perché, noi, uno ad uno, cercheremo di spiegarvelo
Collettivo libertari contro il G8
DONNA
Donna non significa Figa. Donna è come uomo e uomo non significa
cazzo.
Libera è un posto fondato da un collettivo il quale si è
formato su determinati principi etici.
Uno di questi è il rispetto. Il rispetto nei confronti di chiunque,
uomo o donna che sia, e nei confronti dei suoi atteggiamenti sessuali.
Non siamo qui per riproporre quello che vediamo e sentiamo ogni giorno
in questa società. Certi atteggiamenti sessisti che in questa
società sono considerati "normali" non vanno tollerati!
Siamo qui per cambiare radicalmente queste logiche, siamo qui per contrastare
determinati atteggiamenti.
Vogliamo viverci la vita e i rapporti con serenità, gioia e rispetto.
Se viene a mancare questo, il nostro compito, come anarchici e libertari,
è quello di prendere le distanze e di eliminare questi comportamenti.
È importante dunque riflettere su argomenti come il sessismo
perché purtroppo spesso viene sottovalutato.
Fra
LA
NOTTE DELLA TARANTA
Da
circa dieci anni a Lecce, nei paesi della Grecìa (con l'accento
sulla i) salentina, paesi di antiche tradizioni, si propongono eventi
musicali in cui si suona e si balla la tarantella e la pizzica. Entrambi
questi nomi fanno riferimento al ragno: la tarantella da tarantola,
un ragno peloso giallo e nero il cui morso velenoso provocherebbe movimenti
eccitati; la pizzica fa riferimento alla pizzicata del ragno che provoca
contorcimenti.
Queste danze sono rapide e vivaci in tempo 3/8 e 6/8 e portano alla
trans anche per alcuni giorni. Secondo alcuni studiosi di questo fenomeno
si tratterebbe di una trans curativa; la "liberazione" avviene
mediante una terapia in cui i principali elementi sono fin dall'antichità
la musica, i colori e la danza. Per i riti magici vengono scelte chiese
abbandonate o sconsacrate, gli strumenti di cura sono il violino, la
fisarmonica e il tamburello.
In quest'atmosfera la tarantata si fa ragno, diventa il ragno che è
in lei: il pensiero si muta in ritmo puro e nel movimento quasi meccanico
sorgono figure di liberazione. Nella danza immagina di calpestare o
di uccidere il ragno col piede che batte la cadenza ritmica, cerca un
equilibrio spirituale accerchiando la vertigine su curve spirituali
sempre più vibranti fino alla scomparsa dei sensi.
In questo spirito oppure onda di musica trans si muove a Melpignano
nell'ex convento degli agostiniani "la notte della taranta",
serata finale di un percorso musicale nei paesi salentini. L'evento
musicale quest'anno è stato affidato al compositore milanese
Piero Milesi, produttore di "Anime salve" di De André
(l'anno scorso fu di Joe Zawinul), i musicisti: sessanta elementi dell'Orchestra
Tito Schipa di Lecce, una dozzina di musicisti provenienti dalla pizzica,
jazz, pop e rock. Per la prima volta la pizzica ha avuto una partitura
classica. Il risultato è stato un insieme di musica inebriante,
soprattutto quando l'orchestra contegnosa in smoking si è lasciata
andare ai ritmi vibranti, sventolando fazzoletti, agitando in aria i
propri strumenti musicali o cantando insieme al pubblico.
La notte si è conclusa con l'Occitanica Salentina, una band che
unisce i ritmi francesi occitani del gruppo Dupain, ai ritmi salentini
di Mascarimì del tamburellista "Cavallo" Giagnotti
e al marsigliese dj Sky.
Quest'anno trentamila spettatori tra salentini, con tanto di famiglie
al completo, frikettoni vari, popolani degli spazi sociali autogestiti
e giocolieri hanno riempito la piazza e festeggiato tutta notte per
un evento veramente speciale.
MERCOLEDI'
26 SETTEMBRE
Mercoledì 26 settembre '01 c'è stato un giorno di manifestazioni
contro la guerra e il terrorismo. Tutto è cominciato la mattina
con un corteo organizzato dai Collettivi Studenteschi che partiva da
piazza S. Agostino fino a piazza Roma davanti all'accademia militare.
Il corteo è partito verso le nove del mattino e "le voci"
dicono che c'erano 1000 persone. Siamo andati per la via Emilia e poi
abbiamo girato in Canalgrande e da lì siamo passati davanti all'accademia.
Durante il corteo ci siamo fermati in diversi punti ad urlare: "pace"
o "no global war" o "giustizia". Ci siamo tutti
seduti e delle persone hanno cominciato a parlare contro la guerra,
contro il terrorismo e contro le multinazionali che rendono il terzo
mondo così povero. Più tardi ci hanno dato dei gessi per
disegnare sagome o scrivere frasi. Secondo me il corteo è stato
organizzato veramente bene, avevamo anche il Sound System che ci faceva
sentire canzoni dei 99 Posse, Punkreas e altri. Poi a ritmi di bonghi
la gente se né andata via, certi per il centro e certi altri
a casa.
La manifestazione del pomeriggio invece era organizzata dalla rete Lilliput,
era una biciclettata intorno all'accademia, c'era pochissima gente e
non è stato molto bello. Gli slogan sui cartelloni che avevano
certi manifestanti erano stati pensati molto bene ad esempio: "basta
col mondo U.S.A
e getta
" e poi anche lì c'erano
scritte per terra ad esempio: "articolo 11 della costituzione italiana:
l'Italia ripudia la guerra". Gli slogan migliori sono però
stati quelli di un compagno anarchico mentre giravamo attorno all'accademia:
"Liberate i cavalli!!!" o "volgiamo che l'accademia diventi
un parco giochi per i bambini!!!".
È stata una bella giornata all'insegna del pacifismo e della
nonviolenza.
Uno studente che c'era
Siamo
contenti di ospitare a Libera il 29 ottobre 01
Pino Cacucci.
Avremo modo di parlare dei suoi viaggi in Messico e del libro "I
Ribelli".
In seguito alla recensione del libro abbiamo ricevuto lo scritto che
pubblichiamo di seguito.
L'insegnamento del sogno, è la ricerca dell'utopia che tutti
noi vorremmo che tale rimanesse affinché la rincorsa sia infinita,
perché, se così non fosse, non ci sarebbero più
speranze colme di energia, speranze che portano alla vita.
Aspettando che il ciclo si concluda, sbalzi euforici confondono questa
mia esistenza.
Quando avranno fine le domande, avrà fine questa mia esistenza
destinata a non so cosa. Perché, perché, perché?
E si riapre il ciclo senza fine.
4-10-2001
Effettivamente
quando me lo dissero per telefono sembrava la trama di un film d'azione.
Poi i commentatori si sono sprecati in osservazioni del genere. "Gli
stati uniti avevano già scritto la sceneggiatura di questo attentato
in tanti film holliwoodiani" disse qualcuno il giorno stesso dell'attentato.
Io penso che sia stata più significativa la dichiarazione del
portavoce del governo talebano dell'Afghanistan, che poco dopo l'attentato,
pur condannandolo ed esprimendo il cordoglio suo e di chi rappresenta
per la morte di migliaia di innocenti, aggiunge: "Questo evento
è però strettamente legato alla politica statunitense
in medio oriente" (cito a memoria). E cosi gli stati uniti scoprono
all'improvviso in modo spietato e sanguinoso quanto può pesare
la responsabilità di voler essere i padroni del mondo. Non ho
potuto fare a meno di formulare questo pensiero il giorno dell'attacco
alle torri gemelle, nell'accavallarsi delle informazioni sempre parziali,
confuse, in diretta di quel giorno, e rimane un punto fermo a tutt'oggi,
quando ormai i media democratici di tutto il mondo, statunitensi ed
europei in testa, hanno montato il film "attacco alle torri gemelle".
A diversi giorni dall'accaduto l' informazione ha provveduto a chiarire
la confusione iniziale: secondo i servizi segreti americani, titolari
dell'"inchiesta" sui responsabili, e i servizi segreti russi
e inglesi, quello che era solo un probabile sospetto è diventato
certezza in brevissimo tempo, nonostante la mancanza di rivendicazioni
ufficiali: l'attacco viene dai Talebani dell'Afghanistan e il principale
cervello dell'operazione è Bin Laden, lo sceicco promotore della
guerra santa contro gli stati uniti e l'occidente dalla fine della guerra
del Golfo. Nei giorni scorsi abbiamo appreso per bocca del segretario
di stato statunitense e del premier britannico Tony Blair che esistono
prove inconfutabili delle dirette responsabilità di Bin Laden
sugli attentati di New York e Washington. Dobbiamo naturalmente credergli
sulla fiducia, visto che queste prove non possono essere rese pubbliche
per motivi di sicurezza. Crediamogli; fin dai primi giorni, anzi: dalle
prime ore dopo gli attacchi terroristici, i mezzi di informazione televisiva,
quella di più grande impatto, hanno offerto all'opinione pubblica
un copione perfetto a spiegazione dell'accaduto e a giustificazione
di quel che accadrà, ed è un copione che praticamente
non fa una grinza: non solo perché ci sono i buoni contro i cattivi,
cioè americani ed europei, campioni di democrazia e civiltà,
portatori della responsabilità di mantenere e diffondere in tutto
il mondo i più alti valori umani di rispetto e libertà,
contro il fondamentalismo islamico sanguinario e minaccioso incarnato
da governi come quello talebano e da personaggi reali e potenti come
Bin Laden, dipinti quasi come antagonisti da romanzo otocentesco. Ma
anche per l'autorevolezza e la programmazione degli interventi sul copione,
provenienti da tutti i paesi democratici. Abbiamo visto il presidente
degli stati uniti tra i soccorritori di Manhattan, abbracciato a un
pompiere, gridare alla folla tramite megafono, come a un concerto, che
gli States non molleranno e si risolleveranno più forti di prima;
e la folla rispondere in coro "U.S.A!-U.S.A!". L'abbiamo poi
sentito annunciare, insieme ai suoi generali, l'inizio di una guerra
lunga e spietata contro la minaccia fondamentalista, che va dal governo
talebano e Bin Laden a tutti i paesi che li appoggeranno in qualsiasi
modo e al singolo sospetto terrorista. Poi abbiamo avuto, quasi quotidianamente
per almeno una settimana, messaggi sull'accaduto da parte del nostro
caro Azeglio, in giro per ogni dove a ricordare agli italiani la grandezza
delle patrie tradizioni di giustizia, democrazia e libertà e
il dovere di aiutare la sorella nazione statunitense nel difficile momento.
Più passava il tempo e meno riuscivo a sopportare questi paladini
della giustizia già di per sé indigesti. I padroni del
mondo hanno reagito compatti per difendere il loro potere e la indispensabile
"pace internazionale" da loro governata in prima persona.
E mentre dicevano su tutte le reti che l'attacco alle torri gemelle
è stato spaventoso perché ha colpito migliaia di cittadini
non solo innocenti, non solo americani ma di numerosi paesi e soprattutto
di paesi DEMOCRATICI, perché ha colpito al cuore i valori di
civiltà e libertà propri dell'occidente, a me vengono
in mente le migliaia di cittadini di paesi non democratici, come le
centinaia di migliaia di cittadini iracheni che sono morti o vivono
nella miseria più spaventosa grazie all'embargo voluto dagli
U.S.A, seguito alla guerra del Golfo, voluta dagli U.S.A, tanto per
citare un esempio ancora nella memoria di tutti. Si ricordano ad esempio
Pearl Harbour, o la bomba su Hiroshima per trovare un episodio di ferocia
e cinismo paragonabile agli attentati di New York e Washington, mentre
le devastazioni perpetrate dagli eserciti imperialisti, statunitensi
in testa, nei Balcani e in Medio Oriente, il sostegno dato alle innumerevoli
e sanguinarie dittature latinoamericane in funzione delle politiche
U.S.A. di dominio economico, che hanno colpito milioni di persone, sono
passate sotto silenzio. Tutto ciò che serve alle nazioni democratiche,
civili e capitaliste per continuare a espandere e ristrutturare i loro
mercati, ad alimentare le proprie economie tramite le risorse di paesi
"in via di sviluppo" non si chiama guerra, non ha il marchio
della violenza, al limite ci viene riportato come "missione di
pace" o "intervento a favore dello sviluppo della democrazia".
Una simile azione dei media non si può nemmeno chiamare discutibile,
non per chi è convinto, come lo sono io, che l'informazione sia
comunque un filtro tra la realtà e l'opinione pubblica, costituito
in gran parte dal pensiero dominante, cioè quello dei maggiori
gruppi economici, politici e finanziari. Come fidarsi dunque dell'informazione
offerta in un simile contesto, della sua presunta obiettività?
Ma stavolta i fatti sembrano andare oltre la comprensione anche dei
più critici e attenti alle strumentalizzazioni di cui il potere
è capace. Oggi un aereo della flotta civile siberiana è
esploso mentre volava da Israele alla Siberia, appunto. Il timore di
un nuovo attentato in relazione ai precedenti è automatico, sostenuto
anche da un testimone oculare che avrebbe visto un secondo aereo cadere
tra le fiamme mentre quello siberiano precipitava. Dagli Stati Uniti
arriva un'ipotesi che parla di un missile. Il quadro è ambiguo:
da una parte abbiamo fatti spaventosamente tragici, migliaia di morti
per atti terroristici, dall'altra abbiamo reazioni ufficiali in un primo
tempo decise e tempestive che stentano a concretizzarsi: gli Stati Uniti,
insieme agli alleati europei, dichiarano guerra al terrorismo, prontamente
identificato con Bin Laden e il governo talebano che lo difende da anni,
viene dichiarata come guerra nuova, diversa dalle precedenti, caratterizzata
da azioni di larghissima scala e che presumibilmente durerà diversi
anni. Ma questa guerra ancora non arriva. Si sono avuti ingenti spostamenti
di truppe, portaerei; la macchina militare statunitense si sta muovendo
verso l'Afghanistan, ha già chiaro l'obiettivo, ma non ne ha
ancora individuato la posizione esatta. Non sarà certo l'eliminazione
di Bin Laden a far cessare il fondamentalismo islamico e il terrorismo;
infatti quello a cui pare di assistere è per il momento una guerra
diplomatica e di nervi che ha messo in gioco in campo internazionale
l'alleanza del nord dell'Afghanistan, oppositrice del governo talebano,
nonché l'ex re Afghano, in esilio in Italia dalla sua destituzione
nei primi anni '70. Questi sarebbe infatti il candidato numero uno alla
guida di un nuovo governo afghano alla prossima cacciata dei talebani,
proposto dalla diplomazia degli alleati occidentali. Il governo di Kabul
sembra avere le ore contate: giungono notizie di arruolamenti forzati
nell'esercito in vista dell'offensiva alleata, ma anche di numerose
diserzioni e successivi arruolamenti nell'esercito dell'alleanza del
nord antagonista al governo. La situazione non è dunque rosea,
non solo per i talebani, ma evidentemente non lo è soprattutto
per la popolazione afghana, che oltre ad affrontare da anni una dittatura
deve ora fare i conti anche con una guerra mondiale. Se ripensiamo a
ciò che è successo negli ultimi anni nel mondo islamico,
con la crescita del fondamentalismo e il rafforzamento delle organizzazioni
armate e degli attentati suicidi, in modo particolarmente evidente in
Israele e negli attentati non solo dell'undici settembre, ma anche di
qualche anno fa (penso alle esplosioni delle ambasciate americane in
africa, a quella dell'ambasciata statunitense a Roma, all'attentato
aereo durante le olimpiadi di Atlanta) è evidente un generale
aumento di sentimenti antiamericani e del grado di insopportabilità
di situazioni di vita in cui le politiche nazionali non sono le uniche
in gioco, essendo pesantemente condizionate dagli interessi internazionali.
Gli Stati Uniti sono ovviamente responsabili dell'esplosiva condizione
sociale in Israele: la ripresa dell'intifada è campanello d'allarme
di una situazione sociale ad altissima tensione, in cui a contrasti
"etnici" si aggiungono pesanti difficoltà economiche
per la popolazione civile, soprattutto palestinese; condizioni che alimentano
l'esasperazione e costituiscono un fertile terreno per l'affermazione
dell'integralismo come ideologia e del terrorismo come strumento di
lotta, di azione politica, di "partecipazione". Non è
facile proprio per nessuno farsi un'idea precisa di quel che stia accadendo
nella politica mondiale, fatta ormai di organismi lontanissimi dalla
gente comune, per la quale è già difficile rapportarsi
con una democrazia a livello nazionale, figuriamoci con le politiche
economiche di organi complessi come la NATO, protagonista di questi
giorni, o il fondo monetario internazionale! Ma credo proprio che il
portavoce di Kabul avesse ragione: gli Stati Uniti hanno cominciato
a pagare a caro prezzo la loro volontà di dominio sul resto del
mondo. È nella natura del capitalismo che il mercato si trasformi
in un'arena di competizione tra le imprese e che in questa concorrenza
possa vincere solo chi è economicamente più forte. La
competizione si svolge a tutti i livelli: le potenze economiche hanno
dimostrato di saper utilizzare ogni mezzo per il mantenimento e l'espansione
di un dominio acquisito in un sistema socio-economico ingiusto, dove
i più sono espropriati dei mezzi di produzione e governati da
democrazie in cui il sistema rappresentativo si rivela sempre più
vuoto e strumentale, in cui non è possibile per la gente comune,
stando alle regole del gioco, alcuna efficace partecipazione alla vita
sociale, per non parlare della politica internazionale; e questo per
non parlare di quei due terzi della popolazione mondiale che muoiono
di fame. Non credo nel terrorismo, non mi fa piacere che siano stati
colpiti due simboli dell'imperialismo statunitense in questo modo, uccidendo
migliaia di lavoratori, gente comune senza nessun potere di intervento
nelle politiche internazionali, indiscriminatamente; tanto più
che il terrorismo, di qualsiasi colore politico, ha sempre offerto una
preziosa possibilità alle classi dominanti di dare un giro di
vite in senso autoritario al controllo dell'ordine sociale. Non si può
dire certamente che serva a rivoluzionare il mondo o ad elevare la coscienza
della gente in funzione della rivoluzione sociale ed economica: l'80%
degli americani a sostegno del presidente e di un'immediata risposta
militare, esempi storici a noi vicini come l'involuzione dei movimenti
antagonisti in Italia sul finire dei '70, le migliaia di profughi afghani
che invece di arruolarsi per la guerra santa disertano e fuggono verso
i paesi circostanti, dimostrano caso mai il contrario. Ma per chi aspira
alla libertà e a una società libera dallo sfruttamento
è impossibile unirsi al coro di sdegno di quei capi di stato
e di governo che ipocritamente piangono le vittime di New York e Washington
dall'alto di istituzioni che difendono un ordine economico retto sulla
secolare violenza ai danni di tutto ciò che a quest'ordine può
essere utile o dannoso, e un ordine sociale che maschera sotto idee
di giustizia, necessità, libertà, lo sfruttamento del
lavoro altrui, l'espropriazione della gestione della vita individuale
e sociale e dei mezzi di produzione. La vera tragedia che la strage
di New York ci ha riportato davanti agli occhi in modo così brutalmente
spettacolare, al di là delle vite spezzate, è che ci sono
persone al mondo che possono disporre della vita degli altri; persone
che mentre si fanno portatrici dei più alti valori mai concepiti
dalla mente umana in fatto di etica, libertà e rispetto reciproco
possono decidere un embargo dicendo che colpirà un dittatore
che minaccia la democrazia mondiale, mentre affamerà migliaia
di persone sotto quella dittatura; gente che dispone di eserciti da
mandare in ogni parte del mondo a sedare qualsiasi opposizione all'espansione
del sistema statunitense, qualsiasi minaccia alla loro libertà;
persone che nei loro stessi democratici e tolleranti paesi dispongono
di forze dell'ordine per reprimere, costi quel che costi (anche la morte
di un manifestante), qualsiasi movimento che si appresta ad una forte
opposizione contro il pensiero dominante in fatto di economia e società;
gente che strumentalizza i principi etici e religiosi di migliaia di
persone facendone un esercito per una guerra santa che trova i propri
moventi e finanziamenti in più che profani movimenti di capitali
finanziari (si parla ormai da tempo delle speculazioni borsistiche che
sempre il diabolico Bin Laden avrebbe architettato ai danni dell'occidente
e a vantaggio suo). La cosa veramente tragica, a cui diventerà
sempre più necessario opporsi, è il dominio di queste
persone (occidentali, orientali, cristiane o musulmane poco importa)
capi di stato, di eserciti e di governo, organismi economici, che per
gli affari loro, per i profitti delle multinazionali che difendono,
per meccanismi assolutamente non condivisi con le loro basi elettorali,
quando siano stati eletti, si permettono in tutta tranquillità,
anzi, col plauso delle società civili, di giocare con la vita
di migliaia di persone, più o meno come i semplici cittadini
quando giocano a risiko nel tempo libero dal lavoro.
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CONTRO
IL SESSISMO
Purtroppo anche a Libera si verificano episodi di sessismo.
Troppo spesso "figa" prende il posto di donna e le battute
sugli omosessuali sembrano "scaricare" qualcos'altro.
Abbiamo voluto uno spazio aperto a tutti
e questo ci ha esposto a rischi.
Siamo molto incazzati; una donna non è solo culo viso e tette
e l'uomo non è solo cazzo.
Chiunque viene importunato/a reagisca;
e se necessita ce lo dica, troverà la nostra solidarietà.
Vogliamo che gli uomini e le donne siano liberi di comunicare e ballare
senza che nessuno gli rompa i coglioni e le ovaie.
Chi ha turbe, problemi, storie difficili ce ne dispiace ma non ha nessun
diritto di scaricarle sugli altri.
Ad
un nostro carissimo collaboratore quest'estate in quel della puglia
i carabinieri hanno offerto un'ennesimo spettacolo del loro incredibile
repertorio. Esso aveva dormito in una pineta e per rompergli in qualche
modo le balle lo hanno perquisito rilasciandogli il verbale qui a fianco.
Vediamo di tradurlo anche per i più distratti: "pineta frassanito,
ore 10.30, il suo modo di essere nutriva forti sospetti ad essere in
possesso di strumenti di effrazione dato il luogo ove vengono commessi
furti di auto". Tradotto: il nostro aveva la faccia dello scassinatore.
In più qual'e il numero di targa: "a piedi".
NERAZIONALE
Quello che hai tra le mani è il secondo numero di Stellanera.
Il primo numero ci ha soddisfatti e ci ha regalato altri stimoli portandoci
a riflettere su argomenti molto vari tra loro.
L'atmosfera all'interno della redazione è carica e creativa,
per questo c'è tutta l'intenzione di continuare questo progetto.
Abbiamo voglia di continuare a far conoscere le nostre idee, le nostre
riflessioni, nero su bianco, affinché tutto possa rimanere nel
tempo.
Nel precedente numero la copertina festeggiava il primo compleanno di
Libera; ci sembrava geniale, la festa è stata meravigliosa.
In questo numero abbiamo pensato di mettere in copertina Carlo Giuliani
riverso a terra, ucciso da un carabiniere. Carlo era uno dei tanti manifestanti
andati a Genova a protestare contro la politica oppressiva del G.8.
Non è il primo e certamente non sarà l'ultimo dei morti
ammazzati dal potere delle multinazionali. Vogliamo ricordarlo.
In questi mesi il mondo è stato chiamato a riflettere, ancora
una volta, su questo sistema infame. Gli esempi dell'uccisione di Carlo,
la brutalità poliziesca e gli attentati terroristici a New York,
ne sono la prova. Stellanera si propone di ospitare alcuni articoli
su questi episodi, testimonianza di momenti difficili.
Per chi come me era a Genova cercando di impedire l'incontro degli 8
potenti, per tutti quegli individui ai quali la società attuale
non dà la possibilità di esprimersi, Stellanera si propone
di ospitare pensieri ed esperienze libertarie per continuare un confronto
con altre realtà e per continuare una crescita individuale e
collettiva.
Stellanera non è solo un giornale politico, ma ospita anche articoli
di vario genere. In questo numero c'è un articolo sulla psichiatria,
sull'agriturismo, su avvenimenti musicali, sul sessismo, ecc.
Aspettiamo nuovi articoli e per chi volesse il giornale (anche il primo
numero) lo aspettiamo a Libera.
Buona lettura.
Un anno di Libera
Il primo compleanno di Libera ha festeggiato un anno di autogestione.
Avete visto quanti lavori abbiamo fatto? E il culo che ci siamo fatti?
Ebbene, abbiamo l'acqua e i tetti non crollano più!
Abbiamo festeggiato la fine temporanea dei lavori con una festa di due
giorni. Il venerdì concerti di Lomas, Colby, B.D.G. e Bolas Suicide.
Ve li immaginate i Lomas che si erano sciolti da un anno? E i B.D.G.
che finalmente suonano a Libera? E i Bolas Suicide che coperti solo
da asciugamani da bagno avevano scambiato Libera per lo Zanzibar?
Per non parlare di Colby che, (sicuramente) fatto di extasy, ha "regalato"
tutta notte?
Il sabato festa brasiliana e serata samba-reggae, esposizione della
mostra sulla liberalizzazione, cavallo di battaglia del tossico Colby.
Troppa la partecipazione, soprattutto alla caipirinha, che ha fatto
salire il tasso alcolico di tutti, soprattutto quello dei dj's.
E da lì si è capito che, a libera, era "tutu belu".
CRONACA DEI GIORNI
DI GENOVA
Mercoledì
18 luglio:
Arriviamo in cinque verso sera, ci dirigiamo in macchina verso il Pinelli,
il centro sociale che avrebbe ospitato compagni e compagne da tutta Italia.
Giovedì 19 luglio:
ore 17,00: si svolge il corteo dei migranti, partecipano 50.000 persone
circa. Il concentramento in Piazza Sarzano, da cui parte un corteo formato
da centinaia di etnie da ogni parte del mondo. Io e i compagni Modenesi
sfiliamo con lo striscione "Padroni di niente, servi di nessuno,
all'arrembaggio del futuro" , il nostro spezzone era "Anarchici
contro il G8". E' stato un corteo pacifico in un clima abbastanza
rilassato.
ore 22,00: M.C.R. al Pinelli.
Venerdì 20 luglio:
venerdì è "il giorno delle piazze tematiche".
ore 12,30: corteo dei lavoratori; io e due compagni prendiamo l'autobus
per dirigerci verso il quartiere San Pier D'Arena per il concentramento
in piazza Montano. Dall'autobus vediamo scontri in lontananza, nella zona
di Brignole, non è la nostra fermata, non l'avevamo previsto, ma
scendiamo per solidarizzare con chi sostiene lo scontro. Sosteniamo gli
scontri con barricate per circa 40 minuti. Questo mi ha fatto capire che
le giornate di venerdì e sabato si preannunciavano dure.
Ore 13,15: decidiamo di dirigerci verso il corteo dei lavoratori che si
sarebbe tenuto a ponente, dall'altra parte della città e non ci
sono più autobus che circolano.
ore 14,00: parte il corteo la città è deserta, non c'è
in giro nessuno a parte manifestanti e polizia.
A piedi raggiungiamo Piazza Montano. Il corteo è partito da dieci
minuti; molti che volevano partecipare al corteo non sono riusciti ad
arrivare a causa dell'assedio da parte della polizia al Pinelli. Nel frattempo
trovo altri compagni arrivati oggi per il corteo e insieme sfiliamo sotto
lo striscione "padroni di niente, servi di nessuno, all'arrembaggio
del futuro".
Durante il percorso ci arrivano notizie di cariche, scontri e arresti
a levante dove eravamo noi prima; sono molto preoccupata e c'è
una tensione altissima. Il nostro corteo è circondato da una marea
di sbirri in fibrillazione, si intravede attraverso i caschi lo sguardo
di alcuni di loro; osservo bene e penso: "Se partono siamo finiti!".
Lo sguardo di disprezzo nei nostri confronti, è uno sguardo di
chi è pronto a massacrarti senza scrupoli, sembrano bestie tenute
al guinzaglio.
Il corteo prosegue, c'è tensione ma è l'unico corteo di
oggi in cui non ci sono scontri.
Finito il corteo io e altri ci dirigiamo a levante dove ancora ci sono
scontri: sono le 17.00 circa. Siamo a piedi con altri compagni italiani,
arriva un gruppo di manifestanti che ci dicono che è morto un ragazzo
durante gli scontri. Non so cosa dire, sono incazzata, molto preoccupata
e ho molta paura.
Oggi in giro per la città ci sono in atto diversi scontri di protesta:
oggi si vuole sfondare la zona rossa, ci sono diversi raggruppamenti in
diverse piazze e ognuno di questi con metodi differenti. In uno di questi
compaiono anche i cosidetti "Black Block".
L'odore angosciante dei lacrimogeni raggiunge punti della città
in cui non ci sono stati scontri dove tutto è tranquillo. Oggi
la polizia ha ucciso un manifestante, Carlo Giuliani; con la sua violenza
assassina non ha esitato a stroncare una vita, il carabiniere gli ha sparato
in mezzo agli occhi, è tutto così incredibile. Alla sera
si torna al Pinelli per riunirci con gli altri compagni.
Sabato 21 luglio:
oggi è il giorno del grande corteo internazionale che vede raggruppare
circa 300.000 persone provenienti da ogni parte del mondo. Siamo tutti
ancora scossi dalla morte di Carlo, io sono molto preoccupata per quello
che potrà succedere oggi; ho molta paura.
Oggi al Pinelli rimarranno barricati all'interno una trentina di compagni
pronti nel caso di un secondo assedio da parte della polizia. Si parte
quindi alle 12.30 circa, in una cinquantina prendiamo l'autobus che ci
porta vicino a Piazza Sturla; io e due compagni aspettiamo lungo Corso
Italia lo spezzone anarchico avvicinandoci lentamente verso la testa del
corteo. Si vede il fumo dei lacrimogeni e delle banche bruciate davanti
a noi, salgo su un piedistallo di cemento che sorregge un palo della luce,
davanti ci sono scontri e dietro continua ad arrivare una marea di gente,
è impressionante, non si vede la fine del corteo, per un breve
momento mi viene la pelle d'oca, è così imponente, non ho
mai visto così tanta gente radunata per manifestare. Lo spezzone
anarchico ancora non si vede. Prendiamo una decisione e ci dirigiamo quindi
verso la testa del corteo dove ci sono gli scontri; c'è un'afa
spaventosa e il sole sembra picchiare ancora più forte in mezzo
al fumo dei lacrimogeni: della polizia si vede soltanto il riflesso dei
caschi. Circa 300 persone stanno distruggendo banche e automobili, hanno
incendiato una banca, sopra ci sono almeno una decina di piani abitati
e sta prendendo fuoco il primo piano; mi avvicino ancora, una macchina
infuocata che divide noi dalla polizia sembra che scoppi da un momento
all'altro. La polizia non riesce ad avanzare, siamo veramente tanti e
sono costretti a chiamare i blindati. Sono partite le cariche. Io rimango
da sola tutto il tempo; durante gli scontri ho perso i miei amici e nell'arretrare
nel corteo, con la folla impazzita, mi sono trovata completamente pressata
senza via di fuga. I lacrimogeni venivano sparati anche dai palazzi e
dagli elicotteri che sorvolavano sopra il corteo. Ad un certo punto mi
trovo a distanza di due metri, poliziotti e un blindato, sono dietro di
me. è impossibile correre, davanti ci sono persone cadute a terra
e altre che cercano uscita. Non respiro più, non c'è un
buco d'aria, l'area in cui mi trovo è completamente intasata dal
fumo dei lacrimogeni; ho pensato che stessero cercando un altro morto:
in una situazione del genere poteva succedere. C'è un panico e
una disperazione impressionante. Io corro senza vedere niente, non so
dove sto andando e i poliziotti si avvicinano sempre di più; inciampo
sulle persone cadute e rischio di cadere anch'io. Non ce la faccio più,
ho da vomitare: ho respirato troppi lacrimogeni e spray orticanti che
mi sono arrivati in faccia e nelle gambe. Non mi hanno picchiata per pura
fortuna. Non riesco assolutamente a parlare, continuo a tossire e mi viene
il vomito; vedo una signora attaccata ad una palma con stretta a sé
una bottiglia d'acqua come fosse il suo bambino; le faccio segno di darmene
un po' e questa disperata la stringe ancora più forte. Vorrei accasciarmi
per terra, sono distrutta ma la polizia continua a caricare massacrando
tutti; riesco finalmente a togliermi dal caos e ad infilarmi in una stretta
via; lì respiro un po' d'aria e mi siedo a terra, c'è altra
gente e incontro due compagni: la felicità vedere qualcuno di conosciuto,
degli amici. Ora la polizia carica anche lungo le strette vie dove la
gente si nasconde per riprendersi dalle botte e dai lacrimogeni, noi siamo
in tre e corriamo cercando altre vie di fuga: Genova non la conosciamo
e non abbiamo nemmeno una cartina. Finalmente ci fermiamo, nei pressi
di Via Nizza incontriamo altri manifestanti che ci portano notizie di
cariche in altri punti della città, il corteo è andato in
frantumi. Rimango stordita e sconvolta da quello che è successo,
attraversiamo la città a piedi; c'è il tramonto e stiamo
molto attenti a non incrociare polizia e carabinieri. La città
è sottosopra, anche nelle piccole vie ci sono negozi e macchine
bruciate e cassonetti in mezzo la strada, cerchiamo un passaggio e due
tedeschi ci portano al Pinelli: è quasi sera e al Pinelli non sono
ancora tornati tutti. Più tardi ritrovo i compagni/amici che avevo
perso oggi pomeriggio al corteo. Aspettiamo notte per andare via; la polizia
sta fermando tutti ai caselli autostradali con violente perquisizioni:
partiamo più tardi del previsto. Arriviamo a Modena a notte fonda
e immediatamente vengo a conoscenza del blitz alla scuola Diaz; pensavo
fosse tutto finito invece, il massacro nella scuola perpetrato dalla polizia
mi ha riempito di nuovo dolore: forse la morte di Carlo Giuliani non è
bastata.
Fra
ERIO
Erio poggia le suole sui pedali, che è come infilarsi le scarpe
un'altra volta; preme la frizione e lo scricchiolio somiglia a quello
della sua schiena dura come un uscio, quando si stira la mattina dopo
migliaia di notti sonnecchiate in cabina. Lo schiocco della chiave sgrana
una tempestata di colpi sotto il cofano; un occhio alla strada, e poco
prima che il giorno abbia spento i lampioni Erio fa in modo di ingranare
la marcia: tolto il freno, basta un passo e niente sta più fermo.
La strada già a quest'ora del mattino di solito è molto
trafficata, ma oggi è domenica e lascia tempo per guardarsi intorno.
Quando sono anni che la percorri, diventa un po' come salutare il tuo
vicino uscendo di casa: è sempre quello, magari da trent'anni,
solo, di volta in volta, coi capelli un po' più bianchi e le espressioni
ormai presenti, senza bisogno di chiamarle con una parola o un'emozione;
fissate in faccia da tutti i sorrisi, sbotti di rabbia, imprecazioni e
battute che ci sono passati in mezzo. Più il tempo passa e più
lo riconosci, e ti stupiscono le foto dei vent'anni, piuttosto. Chissà
come vedevano lui, invece, i suoi vicini, gli amici e conoscenti, i parenti
che avrebbe rivisto oggi dopo tanti anni. E la sua povera Anna, chissà
se lo guardava ancora, da qualche parte
diceva sempre che era un
gran bell'uomo
Mo cièvet!-"Minga gnir vèç,
vè! L'è un brut lavor!" gli diceva sempre suo nonno,
invece. "Mo cum' as fa, nonno?"-"Eh, s'al savéss
"-Al
gh'iva ragion-pensa Erio-Se oun al savéss
-Adesso lui ne aveva
sessantacinque e il nonno non c'era più da un pezzo, come la sua
casa, che era lì dove adesso si parcheggia per andare a far la
spesa. Già dopo mezz'ora di viaggio il sole comincia a scaldare
le ossa, com'è giusto che sia in una bella domenica di primavera.
Chissà cosa dirà Afro, quando lo vedrà arrivare in
camion: lui non c'è dubbio che non si presenti col mercedes
ai suoi figli non gli ha mai dato una lira neanche a morire, ma per il
mercedes
gli darà del vecchio coglione come al solito, a
mezza voce con quella pitocca della Vanda. Ma chi se ne frega! Il camion
va sempre bene, anche per andare ai matrimoni: se lo tratti come si deve
non ti lascia a piedi neanche a morire. A fare il camionista ci vuol bene
almeno quello! Se no è una vita da cani
che lo è poi
lo stesso. Ma del camion ti devi poter fidare, soprattutto quando sei
solo te e lui per delle settimane, ci parli anche, come un coglione! Tra
un pensiero e l'altro Erio è già quasi arrivato alla prima
fermata; a un semaforo rosso inutile si trova a ridacchiare da solo proprio
come un vecchio coglione. "Va' a cagher, Afro!". A S. Matteo
la curva del casello si schiude con la sua solita calma a offrire un pasto
caldo o la prima colazione al Bar Trattoria "da Oscar", porto
sicuro per l'autista affamato, il turista tedesco di passaggio, ma soprattutto
per l'autotrasportatore. Erio ferma il camion sotto i pioppi, nel parcheggio
secco d'estate, fangoso d'inverno e incerto tra l'uno e l'altro nelle
stagioni di mezzo, come in quel mattino primaverile. Ancor prima di arrivare
alla soglia si sentono già l'aroma del caffè tostato e i
profumi della cucina. Lei e Oscar sono i due unici punti fermi di quel
posto, famoso per la buona qualità dell'una non meno che per il
carattere dell'altro. Tutto il resto è "opzional". In
realtà Erio non aveva neanche fame, perciò tentò
di tirar fuori un'ordinazione nei pochi passi tra l'ingresso e il bancone,
perché già che ti sei fermato qualcosa lo devi pur prendere-Se
no 'sta t' férem da fèr? Ma quella mattina la testa voleva
pensare per i fatti suoi; Oscar da parte sua non aiutò gran ché
in quella situazione, con la sua abitudine di sbraitare i suoi saluti
ai vecchi clienti quando ancora stavano sullo zerbino. Gli venne incontro
in maniera del tutto non originale la sua vecchia compagna Abitudine ordinando
per lui:
-"Un caffè e una pasta. Ciao Oscar".
-" Be' mo c'sa fèt in gir da 'st' ora la dmenga? 'n èt
minga girèe abasta in zincuant' àn? Boia d'un mànd!?
Alora cum' andammia?"
-"An gh'è mèl, an gh'è mel. E te?"
-" A pèrt i guai e me muiéra, tott bèin!"
-"Figùret
"
-"E te indo' vèet, da paser dad chè propia la dmenga?"
-"Al matrimonii 'd me fiola."
(fine prima parte)
L'identità
e la nazione
L'identità non conduce necessariamente alla nozione di paese, ma
esistono alcune identità che spariscono. Non possiamo confondere
il concetto di identità con quello di nazione perché non
può esistere l'annullamento dell'identità. Le identità
sono una conquista dei tempi moderni, conquista dolorosa perché
incompiuta e perché su tutta la faccia del pianeta ci sono nodi,
focolai di desolazione che contraddicono questo movimento. Le identità
a radice unica, nel vecchio concetto di nazione, dovrebbero lasciare posto
alle identità in relazione; non si tratta di radicarsi, ma di pensare
all'identità in modo meno intollerante, meno settario, un'identità
che non uccide quello che vive attorno ad essa, ma che al contrario si
protende verso gli altri. In questo contesto la nozione di nazione assume
un contenuto molto più culturale che statale, militare, economico
o politico, molto meno patriottico nel senso tradizionale del termine.
E' per questo che oggi si può parlare di nazione basca mentre non
c'è tutt'oggi uno stato basco. Si può esistere come identità
senza esistere come forza. L'idea del potere e della potenza legata all'identità
comincia ad erodersi, a sparire. Ma si dirà che è utopia
e che , in ogni caso , se non si ha la potenza è inutile avere
un'identità. Ma ciò non è vero. Le grandi potenze
possono sparire, mentre le identità o l'idea di nazione, nel senso
culturale del termine, persistono. Invece la nazione nel senso statale,
legata al potere , che ci ha fatto tanto male, continua ancora ad infuriare
e a devastare la terra, come è avvenuto in tempi recenti in Iugoslavia.
Le culture del mondo dovrebbero capire che non è necessario annientare,
sradicare una cultura dall'altra per affermare se stessi. Non è
attraverso la forza, attraverso una scelta ideale che si proteggeranno
le culture, ma attraverso l'immaginario globale, che tutte le culture
hanno bisogno di tutte le culture.
Potrebbe sembrare un'utopia perché ci sono poteri politici,
economici, militari e tutta questa macchina continua a
schiacciare, a stritolare. Come combatterla? Certamente
non con gli stessi mezzi, quelli dell'unicità settaria, ma
cambiando mentalità.
Manu
Chao
Tra i primi a prevedere i futuri accadimenti, il nostro antiglobal, nell'ultimo
hit "me gustas tu" verso la fine canta: talebim/talebam/tale
bim bum bam, talebim/talebam/tale bim bum bam.
VOLARE
In giro ci sono troppe pubblicità ingannevoli e altre, troppo,
estremamente, precise; alludo a quella dell'American Airlains: "i
nostri aerei ti portano direttamente in ufficio".
GENOVA
A
Genova durante il G8 il governo italiano per mano dei suoi organi repressivi
e di mala informazione ha deliberatamente preparato un piano di criminalizzazione
e di brutale repressione del movimento nato contro la globalizzazione
dei mercati e delle multinazionali. Ha continuamente provocato i manifestanti
prevedendo addirittura il possibile assassinio. La redazione di Stellanera
si sente solidale con tutti i manifestanti arrestati, inquisiti e brutalizzati;
si sente partecipe alle molteplici iniziative che cercano di far nascere
un movimento di individui liberi contro il crimine degli affaristi, delle
banche, degli Stati, degli eserciti e contro il tentativo di recupero
di questo movimento da parte dei partiti.
PENTAGONO
Colpire i civili è sempre ignobile. Quello che è avvenuto
alle due torri gemelle di New York è una cosa orribile, ci sentiamo
costernati per ognuna delle vittime innocenti cadute per mano di un piano
terroristico. Condanniamo il terrorismo senza appello; per questo condanniamo
il governo e l'esercito degli Stati Uniti d'America che pratica il terrorismo
più o meno esplicitamente da sempre. Non accettiamo la logica della
vendetta, che qualcuno deve pagare per quei morti; troppi conti nella
storia sono rimasti aperti e chi parla di civiltà ha ancora troppi
crimini da pagare. Bisogna togliere le armi ai terroristi e non finanziarli
per interessi propri come ha fatto la C.I.A. prima con Noriega, poi con
Saddam, adesso con Laden ecc ecc. Bisogna togliere le armi agli eserciti,
agli Stati, smilitarizzare subito. Stellanera ribadisce il proprio antimilitarismo
e antistatalismo per questo lottiamo contro il terrorismo ed il terrorismo
degli Stati e degli eserciti.
A
Bologna nei giorni 13-14-15-16 settembre si è svolta la festa Arte/Anarchia
organizzata dai redattori della rivista Ap/ARTe. La rivista è già
al sesto numero e appena ne siamo entrati in contatto abbiamo trovato
qualcosa di molto bello, abbiamo così deciso di diventarne distributori.
Per contattare direttamente la rivista: ApARTe C.P. 85, succ. 8, 30170
Mestre (VE)
La pioggia, la pioggia che nutre raccolti, la pioggia che purifica l'aria,
la pioggia che lava le strade.
La pioggia che a volte, purtroppo, rompe un po' il cazzo.
Ci troviamo infatti a Bologna, partecipi di una stupenda 4 giorni dedicata
all'arte; all'arte e all'anarchia.
Il clima interiore è di festa, il clima
meteorologico è polare.
Aiutati dal vino, che scorreva copioso tentiamo di gustarci gli spettacoli,
sopravissuti all'acqua.
E devo dire che l'intensità dei sapori
è stata comunque molto forte.
Una bellissima esposizione che raccoglieva diversi autori accoglieva la
gente in arrivo che, vuoi per il freddo, vuoi per il fango si raggruppava
solo negli spazi coperti.
Nell'osteria ci si calava in un'atmosfera familiare fatta di risa, abbondanti
mangiate (complimenti ai cuochi) e sinceri confronti.
Nel piccolo teatrino coperto, invece, oltre a poter ammirare tavole con
riferimenti anarchici firmate dalle mani di grandi vignettisti si assisteva
a spettacoli teatrali, a presentazioni di libri e a coinvolgenti concerti
in un susseguirsi di emozioni tanto forti quanto diverse.
In definitiva una bellissima iniziativa ostacolata solo da quell'antipatica
pioggia che, come per chiedere scusa ci ha regalato due pallidi ma graditi
arcobaleni.
DOV'ERA
RAMBO?
Nessuno mi può accusare di avere sentimenti "antiamericani",
negli Stati Uniti vivono molti fratelli e sorelle antimilitariste, anarchici,
i popolani di Seattle, Chomsky ecc Sono contro il governo e l'esercito
degli Stati Uniti d'America come del resto a tutti gli eserciti e a tutti
gli Stati.
Quello che mi ha sempre rotto i coglioni è quell'atteggiamento
di esaltazione, di superiorità, pieno di ammazzamenti, di eroi,
di pistole, di cui la pseudo cultura ufficiale U.S.A è intrisa.
Siamo chiari: l'america è un continente e chiamare america gli
Stati Uniti d'America significa far scomparire i ¾ delle cartine
di Amerigo Vespucci.
L'americanismo all'italiana ci porta a chiamare il S.I.D.A., che consequenzialmente
si pronuncia Sindrome da Immuno Deficienza Acquisita (così si pronuncia
in spagna, in brasile ecc) in A.I.D.S., è insopportabile. Gli Stati
Uniti d'America si semplificano in S.U.A. non U.S.A.
Veniamo al dunque; quando ho saputo degli attacchi al Pentagono (quasi
nessuno si è lamentato di quell'obiettivo lì) e alle torri
gemelle ho pensato subito alla vendetta dei Navajo, degli Oglala, dei
Seminole.
"Non avete mai rispettato un trattato, he, gloriosi, coi cannoni
contro le frecce, tiè".
Ho pensato a qualche nero che dopo anni di incubi, di offese, di razzismo,
di cotone, avesse imparato a volare.
Ho pensato a qualche Vietcong che non avesse ancora saputo dell'armistizio
e che la pelle gli bruciasse ancora, sempre colpa del napalm.
Ho pensato a qualche desaparecidos cileno o argentino che in tutti questi
anni di scomparsa avesse imparato a pilotare.
Ho pensato a qualcuno di Panama, o di Granada, o ecc ecc Ho pensato agli
Stati Uniti d'America (governo/esercito) come i continuatori del nazismo.
Ma quali portatori di civiltà?
Colonialismo, distruzione ambientale, vendita di armi, multinazionali.
I morti di Piazza Fontana vi stanno ancora cercando, i brutalizzati di
Genova aspettano di conoscere quanti militari avete addestrato al terrore,
alle uccisioni.
I morti di Hiroshima e Nagasaki
stanno vomitando sul vostro impero.
Pensavo fosse stato Zorro o qualche messicano a cui avete rubato la terra,
invece no!!!!!, nessuna illusione, i miei eroi non uccidono la gente,
non spacciano terrore (non esistono proprio); a commettere l'atrocità,
l'abominio è stato qualcuno uguale o peggiore di voi.
Chi addestra alla guerra, chi usa il terrore, chi vuole omologare tutto
alla propria razza, alla propria religione, al colore dei propri soldi,
è un Bush, un Laden, un Putin ecc
La guerra tra chi vuole godersi la vita in pace e chi vuole sfruttare,
omologare e conquistare tutto è sempre esistita (per colpa di questi
ultimi) quindi in questa ennesima continuazione di guerra spero muoia
Laden e tutti i Talebani (o meglio l'idea integralista religioso/talebana),
che muoiano tutti i soldati S.U.A., U.R.S.S. Italiani e di tutti gli eserciti
(o meglio le loro armi, divise e pseudo ideali militaristi) e che vinca
il "fumo" afgano.
EMERITO
IMBECILLE
Qualche Goa Trance fa, un signor nessuno, non ricordo nemmeno chi, si
appoggiò al bancone a Libera (sala dissetante) e sgranocchiando,
quel che noi, sempre alle persone sbagliate offriamo (penso patatine),
mi disse: non c'è figa in questo bar. (?)
Era una provocazione?
Talmente intelligente che praticamente voleva dire: dalle altre parti
per avere più clienti fanno così voi invece alternativi
siete?
Purtroppo penso proprio che no, non era così, allora gli dissi:
guarda se hai dei problemi c'è sempre tua madre.
Quello che più mi aveva fatto incazzare era che mi aveva inquadrato
come uno che recepiva e parlava il suo linguaggio: coglione.
SUL SESSISMO
E' partita un'azione di controinformazione contro il sessismo all'interno
di Libera. Ospitiamo per ora tre interventi, due qui di seguito ed uno
nelle pagine della Gazzetta dal titolo "emerito imbecille".
L'ASSEMBLEA DI
LIBERA COMUNICA
L'assemblea di Libera comunica che chiunque voglia organizzare eventi
musicali, culturali o avere un confronto sul percorso e le "scelte"
di Libera il riferimento rimane l'assemblea settimanale del martedì
sera.
Le individualità presenti alla riunione di martedì 25 settembre
sentono l'esigenza di ribadire e far conoscere in modo più allargato
che a Libera non ci sono capi, leader o punti di riferimento. Tutta l'assemblea
è curiosa e vuole essere critica e partecipe alle elaborazioni
di qualsiasi proposta.
UN SETTEMBRE PESO
Sabato primo settembre 1.500 persone sono passate da Libera per la serata
in sottoscrizione ad Antenna 1 rock station. A parte l'atteggiamento un
po' ferreo all'ingresso da parte degli organizzatori della radio che ha
un po' mutato il rapporto con chi frequentava abitualmente il nostro spazio
l'insieme della serata è stato buono; buoni i livelli degli spettacoli,
buono il clima che nonostante il casino di gente si respirava.
Sabato ventidue dopo il banchetto in piazza seratona in sottoscrizione
ai denunciati di Genova e al C.S.O.A. Pinelli incendiato. Seicento presenze
e alto il livello di partecipazione.
Sabato ventinove oltre 2.000 persone hanno attraversato la serata che
per molti di noi è stata veramente piacevole. 17 ore di musica
anche sotto l'acqua, chiusura dei parcheggi per esaurimento posti e clima
meraviglioso.
Oltre a queste iniziative dei sabati, i venerdì soprattutto il
28 pienissimi di gente.
Da "i Ribelli" di Pino Cacucci.
"I ribelli che ho sempre amato sono inguaribili utopisti, animati
da un'utopia con la maiuscola: non quella dei grandi ideali con cui cambiare
il mondo e affermare la società perfetta-rischiando così
di contribuire al peggiore degli
incubi, cioè un sistema orwellianamente totalitario-, ma l'utopia
dell'istintivo, insopprimibile bisogno di ribellarsi. E anche quando la
sconfitta appare ormai ineluttabile, quando la realtà vorrebbe
imporre loro l'accettazione di un compromesso per "salvare il possibile",
continuano a battersi per quella che Victor Serge definiva "l'evasione
impossibile". Essere consci che in questo mondo non c'è possibilità
di evadere non è bastato a convincerli ad arrendersi." -"Credo
che meriti di chiudere questa raccolta di vite intense, di morti annunciate,
di memorabili Don Chisciotte che hanno tentato di piantare un paletto
nel cuore di ghiaccio del Grande Vampiro, "il più gelido dei
gelidi mostri" capace di assumere di volta in volta sembianze apparentemente
diverse: dittature, nazionalismi, eserciti e milizie, colonialismi, società
dei consumi e sedicenti governi democratici, masse di genti amorfe o perniciosamente
acclamanti, regole del mercato senza legge e ricette di banchieri senza
volto
Nella realtà è sempre Golia a vincere. Ma non
per questo Davide smetterà di guardarsi intorno, cercando una nuova
pietra da scagliare."
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