Alcune considerazioni
contro l'uso della violenza
nello scontro sociale

Dopo il g8 di Genova mi è capitato per la prima volta di confrontarmi intensamente sulle tematiche violenza/nonviolenza nello scontro sociale, anche al di là dei fatti specifici avvenuti nel capoluogo ligure, con alcune delle persone del collettivo che "gestisce" Libera. Questo breve intervento, pur nella sua manifesta incompletezza, nasce da quelle discussioni. La volontà di dargli una forma scritta risponde, trattandosi di un tema con il quale il movimento libertario si confronta da sempre, a esigenze di organicità, sia pur modestissima.
Il problema che viene posto è vecchio: di fronte a un ingiustizia si può scegliere tra ribellarsi o accettarla; una volta che si sia scelto di ribellarsi occorre decidere quali forme di ribellione possano essere ritenute accettabili e quali siano eticamente sbagliate e quindi da rifiutare. Di fronte a un'ingiustizia che causi morte e sofferenze altrui chi, pur avendone consapevolezza, non si ribelli è complice di queste sofferenze e di queste morti? Fino a che punto occorre spingere la propria ribellione? Fino al rischio della propria vita? Fino al rischio di quella altrui?
Quando si parla di violenza bisogna innanzitutto distinguere: esistono almeno due tipi di violenza molto diversi tra loro per le implicazioni che hanno, una che si pratica sulle cose e una che si pratica sulle persone.
Ci sono casi nei quali la violenza sulle cose può essere sacrosanta: ad esempio quella sulle cose che fanno male alle persone. In casi simili fare violenza su questi oggetti significa in realtà opporsi alla violenza sugli individui.
Molto diverso è il caso della violenza sulle persone. Tra le tante buone ragioni che ci possono essere per rifiutarla vorrei evidenziarne almeno due strettamente attinenti alla conformazione del pensiero anarchico.
L'anarchia è, in senso lato, la lotta dell'uomo (e del pensiero) alla ricerca della sua più radicale emancipazione e, in senso politico più stretto, la ricerca della forma di organizzazione sociale che consenta la massima libertà1 possibile per ogni individuo. Ora: non si tratta proprio di un obiettivo tra i più semplici quello che ci siamo posti. Io quando mi ci confronto non posso fare a meno di sghignazzare; spero di essere in buona compagnia in questo.
Coerentemente coi propri proponimenti, l'anarchismo rifiuta il dogmatismo (purtroppo nella storia della pratica anarchista ciò non sempre è stato vero) e le soluzioni preconfezionate, anche a costo di apparire "fumoso" e di essere, per alcuni aspetti, contraddittorio. Esso si presenta come una grande sperimentazione, sociale e non solo, ed ha la problematicità e il dubbio come elementi fondanti. Rispetto a tutto questo, quanto deve essere certo delle proprie ragioni chi si ritenga in grado di decidere per la morte altrui? Suppongo che debba nutrire delle certezze di ferro.
La fonte suprema di quelli che noi consideriamo i diritti, infatti, non attinge a nient'alto che alle nostre intime convinzioni. Detto in termini differenti, i diritti non sono altro che nostre invenzioni. Esempio tipico: io posso ritenere che la proprietà dei beni materiali sia, come diceva quel tale, un furto, ma volendo ripristinare quella che io trovo la condizione di giustizia, ovvero la condivisione di questi beni, mi scontrerò con chi invece ritiene che la condizione di legittimità sia quella attuale e che il vero furto sia la collettivizzazione.
Io personalmente ho terrore di chi si ritiene così assolutamente sicuro delle proprie ragioni da trasformarsi nel giudice della vita altrui; spero di essere in buona compagnia anche in questo.
Ciò detto, è pur vero che la condizione in cui si trova chi compie un'azione violenta di scontro sociale è una discriminante fondamentale nel giudizio che se ne può dare. E' ben diverso essere un contadino brasiliano affamato che entra in una terra non sua cercando di collettivizzarla a forza e, venendo accolto a fucilate, con le fucilate cerca di rispondere, oppure un qualsiasi cittadino del primo mondo al quale i mezzi di sostentamento, lavorando, non mancherebbero ma che rapina banche nel nome di Brecht ("il vero ladro è chi la banca la fonda" ecc. ecc.). Non è che io non ritenga vera la frase di Brecht, è che preferisco chi cerca di spiegarla anche al cassiere che nella banca lavora e al carabiniere che la banca difende, a chi li prende a pistolettate senza dire niente.
A nessuno di noi che siamo andati a Genova mancano i mezzi per la sussistenza di base, nessuno di noi ha problemi a conciliare il pranzo con la cena, nessuno di noi sta portando avanti un tipo di lotta destinata al soddisfacimento di un bisogno fisiologico immediato come può capitare a un sem terra.
Si può ritenere che ci sia urgenza di agire nel nome di chi questa esigenza fisiologica la sente; si può obiettare che ogni giorno che passa senza ribellione si contribuisce alla morte di queste persone. E'una posizione legittima e per molti versi ammirevole. Io credo però che chi abbia questo tipo di sensibilità, chi si senta corresponsabile dell'ingiustizia se partecipa a una lotta che può non avere riscontri immediati, come quella dell'azione non-violenta o, più in generale, dell'attività politica che comporta il confrontarsi con tutta la società civile debba unirsi ai movimenti che operano nelle realtà di cui si diceva prima, quelle in cui si lotta per soddisfare un bisogno contingente.
Quanto è legittima invece la violenza sulle persone nello scontro sociale in un contesto come il nostro? La maggioranza del movimento anarchico, al riguardo, è da molto tempo ferma sulla teoria dell'antiviolenza malatestiana. Mi chiedo io: il contesto nel quale Malatesta formulava questa posizione era più simile a quello del sem terra brasiliano o alla realtà odierna italiana ed europea?
Il secondo motivo che a mio avviso deve indurci a rifiutare la violenza è l'incontrollabilità della carica autoritaria che essa porta con sé. Come sa bene chi ha partecipato ai movimenti degli anni 70, la violenza si riversa inevitabilmente anche all'interno del movimento, viene usata dai gruppi più spregiudicati per egemonizzare la scena ed emarginare gli altri. Si inghiotte tutto. Ogni azione giustifica quella successiva. Ogni violenza ne legittima una un po' maggiore. Chi pensa di poterne fare un uso limitato si illude. L'escalation in cui ci si trova coinvolti arriva a negare e annegare le ragioni stesse delle lotte, rafforzando così, in ultima analisi, quello status quo che ci si proponeva di abbattere e giustificando la repressione da parte della forza più grande di tutte, quella di chi detiene il potere legalitario. Ritengo che l'uso di strumenti di lotta non violenti (verso le persone) quali la disobbedienza civile in tutte le sue forme, il boicottaggio, e, primo tra tutti (anche in senso cronologico) il dialogo, una comunicazione con la società civile che diffonda consapevolezza delle problematiche dai noi sollevate siano le armi più destabilizzanti e incisive tra quelle di cui disponiamo. Quelle che possono far incespicare l'autoritarismo, incasinare le repressioni, servire da cartina di tornasole, innanzitutto nei nostri stessi confronti, della necessità della ribellione e della bontà delle sue ragioni. Il loro potenziale non è stato ancora pienamente sfruttato, vuoi per mancanza di una cultura appropriata, come nel caso della pratica della disobbedienza civile e della creazione di incisive campagne di boicottaggio di massa, vuoi per mancanza di capacità e di mezzi o addirittura per deliberato rifiuto (mi riferisco qui solo a talune componenti del movimento anarchico), come nel caso della comunicazione con la società civile. Ma qualcosa, forse finalmente in meglio, può cambiare. Ci sono anche motivi di ottimismo nel panorama che abbiamo davanti: accenno solamente, per brevità e per non andare fuori tema, alla diffusione di internet e al suo utilizzo come strumento di informazione e di condivisione dell'informazione (pietra miliare verso una collettivizzazione della proprietà intellettuale?) e alla presa di coscienza di larghi settori dell'opinione pubblica della giustezza delle critiche rivolte a taluni aspetti del sistema economico mondiale.
La fede nella necessità di una organizzazione sociale gerarchicamente organizzata è grande. E indubbie sono le sue ragioni. Se si possa andare oltre e come farlo spetta alla comunità intera capirlo. A noi che non siamo avanguardia di nessuno il compito, liberamente scelto, di instillare il dubbio e farlo montare, di proporre alternative e cercare di capirne la validità, di tagliare l'erba sotto i piedi al consenso di cui godono i detentori del potere, tolto il quale l'insurrezione violenta non ha più ragion d'essere. Come già aveva capito più di quattrocento anni fa il poeta le cui parole concludono il mio intervento.
"Il tiranno non ha per distruggervi niente di più che il potere che voi gli conferite. (..)Come potrebbe avere abbastanza occhi per spiarvi se non glieli deste voi stessi? Come potrebbe avere tante braccia per colpirvi se non le prendesse da voi? Cosa potrebbe farvi se non foste i ricettatori del ladrone che vi saccheggia, complici dell'assassino che vi uccide e traditori di voi stessi? (..)Non voglio che lo scacciate o lo scuotiate, ma solo che non lo sosteniate più, e lo vedrete, come un grande colosso al quale è stata tolta la base, piombare giù per il suo stesso peso e rompersi."
(E. De La Boetie - Discorso sulla servitù volontaria)

dj ragno


"FORZE DELL'ORDINE"
A GENOVA: SOPRUSI
E VIOLENZE

Nonostante proseguano le indagini sulle violenze commesse dalle "forze dell'ordine" nell'assalto alla scuola Diaz e nelle caserme, con un crescente numero di inquisiti (tra gli ultimi anche un medico), riteniamo che ciò che abbiamo vissuto rappresenti un affronto troppo grande per chi crede e vuole un mondo diverso da quello imposto dal mercato, dal lavoro a tempo superflessibile e dalle multinazionali che con la complicità di governi corrotti e dittatoriali impongono ritmi disumani per la produzione di prodotti che consumiamo noi. Nonostante qualche politico chieda una commissione d'inchiesta su ciò che è avvenuto durante il G8, noi pensiamo che:
nessuno pagherà per l'accanimento deliberatamente violento durante i cortei nei confronti di centinaia di dimostranti pacifici: caricati a freddo, accerchiati, pestati a terra come documentato da moltissime fonti;
nessuno pagherà per aver ordinato di "gasare" un corteo pacifico di 150'000 persone, in una zona dove l'unica via di fuga era il ripiegare su se stessi, scatenando il panico in una calca che poteva essere mortale; nessuno saprà mai quanto ha contribuito nell'alzare il livello di scontro, l'azione di decine di dimostranti, addobbati di nero usciti direttamente dalle file e caserme della polizia.
Questi assieme ad estremisti di destra infiltrati hanno dato il pretesto alla polizia di agire con la repressione che avete visto. Qualcuno ritiene che un gruppetto facinoroso attraversasse volutamente i luoghi occupati da altri dimostranti che venivano caricati sistematicamente dalle "forze dell'ordine" che lo seguiva senza tentare di fermarlo. Nessuna indagine farà giustizia su queste pericolose connivenze degne quasi di una rinnovata strategia della tensione studiata per le piazze.
Di fronte a questo ci coglie un senso di impotenza paralizzante. La sospensione dei diritti più elementari, durante quelle giornate non è degna di un paese che si proclama democratico.
Ci sono alte responsabilità politiche nei disordini di quei giorni, ed è evidente che qualcuno non aspetta altro che un pretesto per tornare alle leggi speciali. Chi ha messo un militare di leva in prima linea, sapendo che caricando un corteo di "disobbedienti civili" prima ancora che potessero attuare la loro strategia avrebbero reagito violentemente, cercava il morto nelle file della polizia.
Di fronte ad un avversario cosi potente una delle risposte possibili dovrà essere l'opposizione creativa e assolutamente non-violenta (che, non per questo, non dovrà essere di disturbo).
Vogliamo arrivare, non solo a contestare grandi summit per le loro decisioni, ma anche a far riflettere nelle azioni quotidiane di ogni giorno, chi ignaro del peso delle proprie azioni non si sente coinvolto, o è certo di esserne estraneo .
Al di là delle manifestazioni di piazza, solo radicandosi nel territorio e parlando direttamente con le persone, passo dopo passo arriveremo ad una nuova presa di coscienza, anche da parte di chi non si è mai posto questi problemi o non li ha mai voluti vedere.
Scegliere unicamente la logica della piazza significa, per come sono andate le cose a Genova, cadere nella trappola di chi cerca la spettacolarizzazione degli scontri e di ogni momento decisionale per volgere la situazione a proprio vantaggio
Dobbiamo riprenderci le piazze, senza il clamore di chi ha il potere, ma con la volontà di comunicare a tutti cosa pensiamo di questo ordine mondiale imposto.
Chiedeteci perché, noi, uno ad uno, cercheremo di spiegarvelo
Collettivo libertari contro il G8

DONNA


Donna non significa Figa. Donna è come uomo e uomo non significa cazzo.
Libera è un posto fondato da un collettivo il quale si è formato su determinati principi etici.
Uno di questi è il rispetto. Il rispetto nei confronti di chiunque, uomo o donna che sia, e nei confronti dei suoi atteggiamenti sessuali.
Non siamo qui per riproporre quello che vediamo e sentiamo ogni giorno in questa società. Certi atteggiamenti sessisti che in questa società sono considerati "normali" non vanno tollerati! Siamo qui per cambiare radicalmente queste logiche, siamo qui per contrastare determinati atteggiamenti.
Vogliamo viverci la vita e i rapporti con serenità, gioia e rispetto. Se viene a mancare questo, il nostro compito, come anarchici e libertari, è quello di prendere le distanze e di eliminare questi comportamenti.
È importante dunque riflettere su argomenti come il sessismo perché purtroppo spesso viene sottovalutato.
Fra

LA NOTTE DELLA TARANTA

Da circa dieci anni a Lecce, nei paesi della Grecìa (con l'accento sulla i) salentina, paesi di antiche tradizioni, si propongono eventi musicali in cui si suona e si balla la tarantella e la pizzica. Entrambi questi nomi fanno riferimento al ragno: la tarantella da tarantola, un ragno peloso giallo e nero il cui morso velenoso provocherebbe movimenti eccitati; la pizzica fa riferimento alla pizzicata del ragno che provoca contorcimenti.
Queste danze sono rapide e vivaci in tempo 3/8 e 6/8 e portano alla trans anche per alcuni giorni. Secondo alcuni studiosi di questo fenomeno si tratterebbe di una trans curativa; la "liberazione" avviene mediante una terapia in cui i principali elementi sono fin dall'antichità la musica, i colori e la danza. Per i riti magici vengono scelte chiese abbandonate o sconsacrate, gli strumenti di cura sono il violino, la fisarmonica e il tamburello.
In quest'atmosfera la tarantata si fa ragno, diventa il ragno che è in lei: il pensiero si muta in ritmo puro e nel movimento quasi meccanico sorgono figure di liberazione. Nella danza immagina di calpestare o di uccidere il ragno col piede che batte la cadenza ritmica, cerca un equilibrio spirituale accerchiando la vertigine su curve spirituali sempre più vibranti fino alla scomparsa dei sensi.
In questo spirito oppure onda di musica trans si muove a Melpignano nell'ex convento degli agostiniani "la notte della taranta", serata finale di un percorso musicale nei paesi salentini. L'evento musicale quest'anno è stato affidato al compositore milanese Piero Milesi, produttore di "Anime salve" di De André (l'anno scorso fu di Joe Zawinul), i musicisti: sessanta elementi dell'Orchestra Tito Schipa di Lecce, una dozzina di musicisti provenienti dalla pizzica, jazz, pop e rock. Per la prima volta la pizzica ha avuto una partitura classica. Il risultato è stato un insieme di musica inebriante, soprattutto quando l'orchestra contegnosa in smoking si è lasciata andare ai ritmi vibranti, sventolando fazzoletti, agitando in aria i propri strumenti musicali o cantando insieme al pubblico.
La notte si è conclusa con l'Occitanica Salentina, una band che unisce i ritmi francesi occitani del gruppo Dupain, ai ritmi salentini di Mascarimì del tamburellista "Cavallo" Giagnotti e al marsigliese dj Sky.
Quest'anno trentamila spettatori tra salentini, con tanto di famiglie al completo, frikettoni vari, popolani degli spazi sociali autogestiti e giocolieri hanno riempito la piazza e festeggiato tutta notte per un evento veramente speciale.


MERCOLEDI' 26 SETTEMBRE


Mercoledì 26 settembre '01 c'è stato un giorno di manifestazioni contro la guerra e il terrorismo. Tutto è cominciato la mattina con un corteo organizzato dai Collettivi Studenteschi che partiva da piazza S. Agostino fino a piazza Roma davanti all'accademia militare. Il corteo è partito verso le nove del mattino e "le voci" dicono che c'erano 1000 persone. Siamo andati per la via Emilia e poi abbiamo girato in Canalgrande e da lì siamo passati davanti all'accademia. Durante il corteo ci siamo fermati in diversi punti ad urlare: "pace" o "no global war" o "giustizia". Ci siamo tutti seduti e delle persone hanno cominciato a parlare contro la guerra, contro il terrorismo e contro le multinazionali che rendono il terzo mondo così povero. Più tardi ci hanno dato dei gessi per disegnare sagome o scrivere frasi. Secondo me il corteo è stato organizzato veramente bene, avevamo anche il Sound System che ci faceva sentire canzoni dei 99 Posse, Punkreas e altri. Poi a ritmi di bonghi la gente se né andata via, certi per il centro e certi altri a casa.
La manifestazione del pomeriggio invece era organizzata dalla rete Lilliput, era una biciclettata intorno all'accademia, c'era pochissima gente e non è stato molto bello. Gli slogan sui cartelloni che avevano certi manifestanti erano stati pensati molto bene ad esempio: "basta col mondo U.S.A… e getta…" e poi anche lì c'erano scritte per terra ad esempio: "articolo 11 della costituzione italiana: l'Italia ripudia la guerra". Gli slogan migliori sono però stati quelli di un compagno anarchico mentre giravamo attorno all'accademia: "Liberate i cavalli!!!" o "volgiamo che l'accademia diventi un parco giochi per i bambini!!!".
È stata una bella giornata all'insegna del pacifismo e della nonviolenza.
Uno studente che c'era

 

Siamo contenti di ospitare a Libera il 29 ottobre 01
Pino Cacucci.
Avremo modo di parlare dei suoi viaggi in Messico e del libro "I Ribelli".
In seguito alla recensione del libro abbiamo ricevuto lo scritto che pubblichiamo di seguito.
L'insegnamento del sogno, è la ricerca dell'utopia che tutti noi vorremmo che tale rimanesse affinché la rincorsa sia infinita, perché, se così non fosse, non ci sarebbero più speranze colme di energia, speranze che portano alla vita.
Aspettando che il ciclo si concluda, sbalzi euforici confondono questa mia esistenza.
Quando avranno fine le domande, avrà fine questa mia esistenza destinata a non so cosa. Perché, perché, perché?
E si riapre il ciclo senza fine.

4-10-2001

Effettivamente quando me lo dissero per telefono sembrava la trama di un film d'azione. Poi i commentatori si sono sprecati in osservazioni del genere. "Gli stati uniti avevano già scritto la sceneggiatura di questo attentato in tanti film holliwoodiani" disse qualcuno il giorno stesso dell'attentato. Io penso che sia stata più significativa la dichiarazione del portavoce del governo talebano dell'Afghanistan, che poco dopo l'attentato, pur condannandolo ed esprimendo il cordoglio suo e di chi rappresenta per la morte di migliaia di innocenti, aggiunge: "Questo evento è però strettamente legato alla politica statunitense in medio oriente" (cito a memoria). E cosi gli stati uniti scoprono all'improvviso in modo spietato e sanguinoso quanto può pesare la responsabilità di voler essere i padroni del mondo. Non ho potuto fare a meno di formulare questo pensiero il giorno dell'attacco alle torri gemelle, nell'accavallarsi delle informazioni sempre parziali, confuse, in diretta di quel giorno, e rimane un punto fermo a tutt'oggi, quando ormai i media democratici di tutto il mondo, statunitensi ed europei in testa, hanno montato il film "attacco alle torri gemelle". A diversi giorni dall'accaduto l' informazione ha provveduto a chiarire la confusione iniziale: secondo i servizi segreti americani, titolari dell'"inchiesta" sui responsabili, e i servizi segreti russi e inglesi, quello che era solo un probabile sospetto è diventato certezza in brevissimo tempo, nonostante la mancanza di rivendicazioni ufficiali: l'attacco viene dai Talebani dell'Afghanistan e il principale cervello dell'operazione è Bin Laden, lo sceicco promotore della guerra santa contro gli stati uniti e l'occidente dalla fine della guerra del Golfo. Nei giorni scorsi abbiamo appreso per bocca del segretario di stato statunitense e del premier britannico Tony Blair che esistono prove inconfutabili delle dirette responsabilità di Bin Laden sugli attentati di New York e Washington. Dobbiamo naturalmente credergli sulla fiducia, visto che queste prove non possono essere rese pubbliche per motivi di sicurezza. Crediamogli; fin dai primi giorni, anzi: dalle prime ore dopo gli attacchi terroristici, i mezzi di informazione televisiva, quella di più grande impatto, hanno offerto all'opinione pubblica un copione perfetto a spiegazione dell'accaduto e a giustificazione di quel che accadrà, ed è un copione che praticamente non fa una grinza: non solo perché ci sono i buoni contro i cattivi, cioè americani ed europei, campioni di democrazia e civiltà, portatori della responsabilità di mantenere e diffondere in tutto il mondo i più alti valori umani di rispetto e libertà, contro il fondamentalismo islamico sanguinario e minaccioso incarnato da governi come quello talebano e da personaggi reali e potenti come Bin Laden, dipinti quasi come antagonisti da romanzo otocentesco. Ma anche per l'autorevolezza e la programmazione degli interventi sul copione, provenienti da tutti i paesi democratici. Abbiamo visto il presidente degli stati uniti tra i soccorritori di Manhattan, abbracciato a un pompiere, gridare alla folla tramite megafono, come a un concerto, che gli States non molleranno e si risolleveranno più forti di prima; e la folla rispondere in coro "U.S.A!-U.S.A!". L'abbiamo poi sentito annunciare, insieme ai suoi generali, l'inizio di una guerra lunga e spietata contro la minaccia fondamentalista, che va dal governo talebano e Bin Laden a tutti i paesi che li appoggeranno in qualsiasi modo e al singolo sospetto terrorista. Poi abbiamo avuto, quasi quotidianamente per almeno una settimana, messaggi sull'accaduto da parte del nostro caro Azeglio, in giro per ogni dove a ricordare agli italiani la grandezza delle patrie tradizioni di giustizia, democrazia e libertà e il dovere di aiutare la sorella nazione statunitense nel difficile momento. Più passava il tempo e meno riuscivo a sopportare questi paladini della giustizia già di per sé indigesti. I padroni del mondo hanno reagito compatti per difendere il loro potere e la indispensabile "pace internazionale" da loro governata in prima persona. E mentre dicevano su tutte le reti che l'attacco alle torri gemelle è stato spaventoso perché ha colpito migliaia di cittadini non solo innocenti, non solo americani ma di numerosi paesi e soprattutto di paesi DEMOCRATICI, perché ha colpito al cuore i valori di civiltà e libertà propri dell'occidente, a me vengono in mente le migliaia di cittadini di paesi non democratici, come le centinaia di migliaia di cittadini iracheni che sono morti o vivono nella miseria più spaventosa grazie all'embargo voluto dagli U.S.A, seguito alla guerra del Golfo, voluta dagli U.S.A, tanto per citare un esempio ancora nella memoria di tutti. Si ricordano ad esempio Pearl Harbour, o la bomba su Hiroshima per trovare un episodio di ferocia e cinismo paragonabile agli attentati di New York e Washington, mentre le devastazioni perpetrate dagli eserciti imperialisti, statunitensi in testa, nei Balcani e in Medio Oriente, il sostegno dato alle innumerevoli e sanguinarie dittature latinoamericane in funzione delle politiche U.S.A. di dominio economico, che hanno colpito milioni di persone, sono passate sotto silenzio. Tutto ciò che serve alle nazioni democratiche, civili e capitaliste per continuare a espandere e ristrutturare i loro mercati, ad alimentare le proprie economie tramite le risorse di paesi "in via di sviluppo" non si chiama guerra, non ha il marchio della violenza, al limite ci viene riportato come "missione di pace" o "intervento a favore dello sviluppo della democrazia". Una simile azione dei media non si può nemmeno chiamare discutibile, non per chi è convinto, come lo sono io, che l'informazione sia comunque un filtro tra la realtà e l'opinione pubblica, costituito in gran parte dal pensiero dominante, cioè quello dei maggiori gruppi economici, politici e finanziari. Come fidarsi dunque dell'informazione offerta in un simile contesto, della sua presunta obiettività? Ma stavolta i fatti sembrano andare oltre la comprensione anche dei più critici e attenti alle strumentalizzazioni di cui il potere è capace. Oggi un aereo della flotta civile siberiana è esploso mentre volava da Israele alla Siberia, appunto. Il timore di un nuovo attentato in relazione ai precedenti è automatico, sostenuto anche da un testimone oculare che avrebbe visto un secondo aereo cadere tra le fiamme mentre quello siberiano precipitava. Dagli Stati Uniti arriva un'ipotesi che parla di un missile. Il quadro è ambiguo: da una parte abbiamo fatti spaventosamente tragici, migliaia di morti per atti terroristici, dall'altra abbiamo reazioni ufficiali in un primo tempo decise e tempestive che stentano a concretizzarsi: gli Stati Uniti, insieme agli alleati europei, dichiarano guerra al terrorismo, prontamente identificato con Bin Laden e il governo talebano che lo difende da anni, viene dichiarata come guerra nuova, diversa dalle precedenti, caratterizzata da azioni di larghissima scala e che presumibilmente durerà diversi anni. Ma questa guerra ancora non arriva. Si sono avuti ingenti spostamenti di truppe, portaerei; la macchina militare statunitense si sta muovendo verso l'Afghanistan, ha già chiaro l'obiettivo, ma non ne ha ancora individuato la posizione esatta. Non sarà certo l'eliminazione di Bin Laden a far cessare il fondamentalismo islamico e il terrorismo; infatti quello a cui pare di assistere è per il momento una guerra diplomatica e di nervi che ha messo in gioco in campo internazionale l'alleanza del nord dell'Afghanistan, oppositrice del governo talebano, nonché l'ex re Afghano, in esilio in Italia dalla sua destituzione nei primi anni '70. Questi sarebbe infatti il candidato numero uno alla guida di un nuovo governo afghano alla prossima cacciata dei talebani, proposto dalla diplomazia degli alleati occidentali. Il governo di Kabul sembra avere le ore contate: giungono notizie di arruolamenti forzati nell'esercito in vista dell'offensiva alleata, ma anche di numerose diserzioni e successivi arruolamenti nell'esercito dell'alleanza del nord antagonista al governo. La situazione non è dunque rosea, non solo per i talebani, ma evidentemente non lo è soprattutto per la popolazione afghana, che oltre ad affrontare da anni una dittatura deve ora fare i conti anche con una guerra mondiale. Se ripensiamo a ciò che è successo negli ultimi anni nel mondo islamico, con la crescita del fondamentalismo e il rafforzamento delle organizzazioni armate e degli attentati suicidi, in modo particolarmente evidente in Israele e negli attentati non solo dell'undici settembre, ma anche di qualche anno fa (penso alle esplosioni delle ambasciate americane in africa, a quella dell'ambasciata statunitense a Roma, all'attentato aereo durante le olimpiadi di Atlanta) è evidente un generale aumento di sentimenti antiamericani e del grado di insopportabilità di situazioni di vita in cui le politiche nazionali non sono le uniche in gioco, essendo pesantemente condizionate dagli interessi internazionali. Gli Stati Uniti sono ovviamente responsabili dell'esplosiva condizione sociale in Israele: la ripresa dell'intifada è campanello d'allarme di una situazione sociale ad altissima tensione, in cui a contrasti "etnici" si aggiungono pesanti difficoltà economiche per la popolazione civile, soprattutto palestinese; condizioni che alimentano l'esasperazione e costituiscono un fertile terreno per l'affermazione dell'integralismo come ideologia e del terrorismo come strumento di lotta, di azione politica, di "partecipazione". Non è facile proprio per nessuno farsi un'idea precisa di quel che stia accadendo nella politica mondiale, fatta ormai di organismi lontanissimi dalla gente comune, per la quale è già difficile rapportarsi con una democrazia a livello nazionale, figuriamoci con le politiche economiche di organi complessi come la NATO, protagonista di questi giorni, o il fondo monetario internazionale! Ma credo proprio che il portavoce di Kabul avesse ragione: gli Stati Uniti hanno cominciato a pagare a caro prezzo la loro volontà di dominio sul resto del mondo. È nella natura del capitalismo che il mercato si trasformi in un'arena di competizione tra le imprese e che in questa concorrenza possa vincere solo chi è economicamente più forte. La competizione si svolge a tutti i livelli: le potenze economiche hanno dimostrato di saper utilizzare ogni mezzo per il mantenimento e l'espansione di un dominio acquisito in un sistema socio-economico ingiusto, dove i più sono espropriati dei mezzi di produzione e governati da democrazie in cui il sistema rappresentativo si rivela sempre più vuoto e strumentale, in cui non è possibile per la gente comune, stando alle regole del gioco, alcuna efficace partecipazione alla vita sociale, per non parlare della politica internazionale; e questo per non parlare di quei due terzi della popolazione mondiale che muoiono di fame. Non credo nel terrorismo, non mi fa piacere che siano stati colpiti due simboli dell'imperialismo statunitense in questo modo, uccidendo migliaia di lavoratori, gente comune senza nessun potere di intervento nelle politiche internazionali, indiscriminatamente; tanto più che il terrorismo, di qualsiasi colore politico, ha sempre offerto una preziosa possibilità alle classi dominanti di dare un giro di vite in senso autoritario al controllo dell'ordine sociale. Non si può dire certamente che serva a rivoluzionare il mondo o ad elevare la coscienza della gente in funzione della rivoluzione sociale ed economica: l'80% degli americani a sostegno del presidente e di un'immediata risposta militare, esempi storici a noi vicini come l'involuzione dei movimenti antagonisti in Italia sul finire dei '70, le migliaia di profughi afghani che invece di arruolarsi per la guerra santa disertano e fuggono verso i paesi circostanti, dimostrano caso mai il contrario. Ma per chi aspira alla libertà e a una società libera dallo sfruttamento è impossibile unirsi al coro di sdegno di quei capi di stato e di governo che ipocritamente piangono le vittime di New York e Washington dall'alto di istituzioni che difendono un ordine economico retto sulla secolare violenza ai danni di tutto ciò che a quest'ordine può essere utile o dannoso, e un ordine sociale che maschera sotto idee di giustizia, necessità, libertà, lo sfruttamento del lavoro altrui, l'espropriazione della gestione della vita individuale e sociale e dei mezzi di produzione. La vera tragedia che la strage di New York ci ha riportato davanti agli occhi in modo così brutalmente spettacolare, al di là delle vite spezzate, è che ci sono persone al mondo che possono disporre della vita degli altri; persone che mentre si fanno portatrici dei più alti valori mai concepiti dalla mente umana in fatto di etica, libertà e rispetto reciproco possono decidere un embargo dicendo che colpirà un dittatore che minaccia la democrazia mondiale, mentre affamerà migliaia di persone sotto quella dittatura; gente che dispone di eserciti da mandare in ogni parte del mondo a sedare qualsiasi opposizione all'espansione del sistema statunitense, qualsiasi minaccia alla loro libertà; persone che nei loro stessi democratici e tolleranti paesi dispongono di forze dell'ordine per reprimere, costi quel che costi (anche la morte di un manifestante), qualsiasi movimento che si appresta ad una forte opposizione contro il pensiero dominante in fatto di economia e società; gente che strumentalizza i principi etici e religiosi di migliaia di persone facendone un esercito per una guerra santa che trova i propri moventi e finanziamenti in più che profani movimenti di capitali finanziari (si parla ormai da tempo delle speculazioni borsistiche che sempre il diabolico Bin Laden avrebbe architettato ai danni dell'occidente e a vantaggio suo). La cosa veramente tragica, a cui diventerà sempre più necessario opporsi, è il dominio di queste persone (occidentali, orientali, cristiane o musulmane poco importa) capi di stato, di eserciti e di governo, organismi economici, che per gli affari loro, per i profitti delle multinazionali che difendono, per meccanismi assolutamente non condivisi con le loro basi elettorali, quando siano stati eletti, si permettono in tutta tranquillità, anzi, col plauso delle società civili, di giocare con la vita di migliaia di persone, più o meno come i semplici cittadini quando giocano a risiko nel tempo libero dal lavoro.

 


CONTRO IL SESSISMO


Purtroppo anche a Libera si verificano episodi di sessismo.
Troppo spesso "figa" prende il posto di donna e le battute sugli omosessuali sembrano "scaricare" qualcos'altro.
Abbiamo voluto uno spazio aperto a tutti
e questo ci ha esposto a rischi.
Siamo molto incazzati; una donna non è solo culo viso e tette e l'uomo non è solo cazzo.
Chiunque viene importunato/a reagisca;
e se necessita ce lo dica, troverà la nostra solidarietà.
Vogliamo che gli uomini e le donne siano liberi di comunicare e ballare senza che nessuno gli rompa i coglioni e le ovaie.
Chi ha turbe, problemi, storie difficili ce ne dispiace ma non ha nessun diritto di scaricarle sugli altri.

Ad un nostro carissimo collaboratore quest'estate in quel della puglia i carabinieri hanno offerto un'ennesimo spettacolo del loro incredibile repertorio. Esso aveva dormito in una pineta e per rompergli in qualche modo le balle lo hanno perquisito rilasciandogli il verbale qui a fianco. Vediamo di tradurlo anche per i più distratti: "pineta frassanito, ore 10.30, il suo modo di essere nutriva forti sospetti ad essere in possesso di strumenti di effrazione dato il luogo ove vengono commessi furti di auto". Tradotto: il nostro aveva la faccia dello scassinatore. In più qual'e il numero di targa: "a piedi".
NERAZIONALE
Quello che hai tra le mani è il secondo numero di Stellanera.
Il primo numero ci ha soddisfatti e ci ha regalato altri stimoli portandoci a riflettere su argomenti molto vari tra loro.
L'atmosfera all'interno della redazione è carica e creativa, per questo c'è tutta l'intenzione di continuare questo progetto.
Abbiamo voglia di continuare a far conoscere le nostre idee, le nostre riflessioni, nero su bianco, affinché tutto possa rimanere nel tempo.
Nel precedente numero la copertina festeggiava il primo compleanno di Libera; ci sembrava geniale, la festa è stata meravigliosa.
In questo numero abbiamo pensato di mettere in copertina Carlo Giuliani riverso a terra, ucciso da un carabiniere. Carlo era uno dei tanti manifestanti andati a Genova a protestare contro la politica oppressiva del G.8. Non è il primo e certamente non sarà l'ultimo dei morti ammazzati dal potere delle multinazionali. Vogliamo ricordarlo.
In questi mesi il mondo è stato chiamato a riflettere, ancora una volta, su questo sistema infame. Gli esempi dell'uccisione di Carlo, la brutalità poliziesca e gli attentati terroristici a New York, ne sono la prova. Stellanera si propone di ospitare alcuni articoli su questi episodi, testimonianza di momenti difficili.
Per chi come me era a Genova cercando di impedire l'incontro degli 8 potenti, per tutti quegli individui ai quali la società attuale non dà la possibilità di esprimersi, Stellanera si propone di ospitare pensieri ed esperienze libertarie per continuare un confronto con altre realtà e per continuare una crescita individuale e collettiva.
Stellanera non è solo un giornale politico, ma ospita anche articoli di vario genere. In questo numero c'è un articolo sulla psichiatria, sull'agriturismo, su avvenimenti musicali, sul sessismo, ecc.
Aspettiamo nuovi articoli e per chi volesse il giornale (anche il primo numero) lo aspettiamo a Libera.
Buona lettura.
Un anno di Libera
Il primo compleanno di Libera ha festeggiato un anno di autogestione. Avete visto quanti lavori abbiamo fatto? E il culo che ci siamo fatti?
Ebbene, abbiamo l'acqua e i tetti non crollano più!
Abbiamo festeggiato la fine temporanea dei lavori con una festa di due giorni. Il venerdì concerti di Lomas, Colby, B.D.G. e Bolas Suicide.
Ve li immaginate i Lomas che si erano sciolti da un anno? E i B.D.G. che finalmente suonano a Libera? E i Bolas Suicide che coperti solo da asciugamani da bagno avevano scambiato Libera per lo Zanzibar?
Per non parlare di Colby che, (sicuramente) fatto di extasy, ha "regalato" tutta notte?
Il sabato festa brasiliana e serata samba-reggae, esposizione della mostra sulla liberalizzazione, cavallo di battaglia del tossico Colby.
Troppa la partecipazione, soprattutto alla caipirinha, che ha fatto salire il tasso alcolico di tutti, soprattutto quello dei dj's.
E da lì si è capito che, a libera, era "tutu belu".


CRONACA DEI GIORNI
DI GENOVA

Mercoledì 18 luglio:
Arriviamo in cinque verso sera, ci dirigiamo in macchina verso il Pinelli, il centro sociale che avrebbe ospitato compagni e compagne da tutta Italia.
Giovedì 19 luglio:
ore 17,00: si svolge il corteo dei migranti, partecipano 50.000 persone circa. Il concentramento in Piazza Sarzano, da cui parte un corteo formato da centinaia di etnie da ogni parte del mondo. Io e i compagni Modenesi sfiliamo con lo striscione "Padroni di niente, servi di nessuno, all'arrembaggio del futuro" , il nostro spezzone era "Anarchici contro il G8". E' stato un corteo pacifico in un clima abbastanza rilassato.
ore 22,00: M.C.R. al Pinelli.
Venerdì 20 luglio:
venerdì è "il giorno delle piazze tematiche".
ore 12,30: corteo dei lavoratori; io e due compagni prendiamo l'autobus per dirigerci verso il quartiere San Pier D'Arena per il concentramento in piazza Montano. Dall'autobus vediamo scontri in lontananza, nella zona di Brignole, non è la nostra fermata, non l'avevamo previsto, ma scendiamo per solidarizzare con chi sostiene lo scontro. Sosteniamo gli scontri con barricate per circa 40 minuti. Questo mi ha fatto capire che le giornate di venerdì e sabato si preannunciavano dure.
Ore 13,15: decidiamo di dirigerci verso il corteo dei lavoratori che si sarebbe tenuto a ponente, dall'altra parte della città e non ci sono più autobus che circolano.
ore 14,00: parte il corteo la città è deserta, non c'è in giro nessuno a parte manifestanti e polizia.
A piedi raggiungiamo Piazza Montano. Il corteo è partito da dieci minuti; molti che volevano partecipare al corteo non sono riusciti ad arrivare a causa dell'assedio da parte della polizia al Pinelli. Nel frattempo trovo altri compagni arrivati oggi per il corteo e insieme sfiliamo sotto lo striscione "padroni di niente, servi di nessuno, all'arrembaggio del futuro".
Durante il percorso ci arrivano notizie di cariche, scontri e arresti a levante dove eravamo noi prima; sono molto preoccupata e c'è una tensione altissima. Il nostro corteo è circondato da una marea di sbirri in fibrillazione, si intravede attraverso i caschi lo sguardo di alcuni di loro; osservo bene e penso: "Se partono siamo finiti!". Lo sguardo di disprezzo nei nostri confronti, è uno sguardo di chi è pronto a massacrarti senza scrupoli, sembrano bestie tenute al guinzaglio.
Il corteo prosegue, c'è tensione ma è l'unico corteo di oggi in cui non ci sono scontri.
Finito il corteo io e altri ci dirigiamo a levante dove ancora ci sono scontri: sono le 17.00 circa. Siamo a piedi con altri compagni italiani, arriva un gruppo di manifestanti che ci dicono che è morto un ragazzo durante gli scontri. Non so cosa dire, sono incazzata, molto preoccupata e ho molta paura.
Oggi in giro per la città ci sono in atto diversi scontri di protesta: oggi si vuole sfondare la zona rossa, ci sono diversi raggruppamenti in diverse piazze e ognuno di questi con metodi differenti. In uno di questi compaiono anche i cosidetti "Black Block".
L'odore angosciante dei lacrimogeni raggiunge punti della città in cui non ci sono stati scontri dove tutto è tranquillo. Oggi la polizia ha ucciso un manifestante, Carlo Giuliani; con la sua violenza assassina non ha esitato a stroncare una vita, il carabiniere gli ha sparato in mezzo agli occhi, è tutto così incredibile. Alla sera si torna al Pinelli per riunirci con gli altri compagni.
Sabato 21 luglio:
oggi è il giorno del grande corteo internazionale che vede raggruppare circa 300.000 persone provenienti da ogni parte del mondo. Siamo tutti ancora scossi dalla morte di Carlo, io sono molto preoccupata per quello che potrà succedere oggi; ho molta paura.
Oggi al Pinelli rimarranno barricati all'interno una trentina di compagni pronti nel caso di un secondo assedio da parte della polizia. Si parte quindi alle 12.30 circa, in una cinquantina prendiamo l'autobus che ci porta vicino a Piazza Sturla; io e due compagni aspettiamo lungo Corso Italia lo spezzone anarchico avvicinandoci lentamente verso la testa del corteo. Si vede il fumo dei lacrimogeni e delle banche bruciate davanti a noi, salgo su un piedistallo di cemento che sorregge un palo della luce, davanti ci sono scontri e dietro continua ad arrivare una marea di gente, è impressionante, non si vede la fine del corteo, per un breve momento mi viene la pelle d'oca, è così imponente, non ho mai visto così tanta gente radunata per manifestare. Lo spezzone anarchico ancora non si vede. Prendiamo una decisione e ci dirigiamo quindi verso la testa del corteo dove ci sono gli scontri; c'è un'afa spaventosa e il sole sembra picchiare ancora più forte in mezzo al fumo dei lacrimogeni: della polizia si vede soltanto il riflesso dei caschi. Circa 300 persone stanno distruggendo banche e automobili, hanno incendiato una banca, sopra ci sono almeno una decina di piani abitati e sta prendendo fuoco il primo piano; mi avvicino ancora, una macchina infuocata che divide noi dalla polizia sembra che scoppi da un momento all'altro. La polizia non riesce ad avanzare, siamo veramente tanti e sono costretti a chiamare i blindati. Sono partite le cariche. Io rimango da sola tutto il tempo; durante gli scontri ho perso i miei amici e nell'arretrare nel corteo, con la folla impazzita, mi sono trovata completamente pressata senza via di fuga. I lacrimogeni venivano sparati anche dai palazzi e dagli elicotteri che sorvolavano sopra il corteo. Ad un certo punto mi trovo a distanza di due metri, poliziotti e un blindato, sono dietro di me. è impossibile correre, davanti ci sono persone cadute a terra e altre che cercano uscita. Non respiro più, non c'è un buco d'aria, l'area in cui mi trovo è completamente intasata dal fumo dei lacrimogeni; ho pensato che stessero cercando un altro morto: in una situazione del genere poteva succedere. C'è un panico e una disperazione impressionante. Io corro senza vedere niente, non so dove sto andando e i poliziotti si avvicinano sempre di più; inciampo sulle persone cadute e rischio di cadere anch'io. Non ce la faccio più, ho da vomitare: ho respirato troppi lacrimogeni e spray orticanti che mi sono arrivati in faccia e nelle gambe. Non mi hanno picchiata per pura fortuna. Non riesco assolutamente a parlare, continuo a tossire e mi viene il vomito; vedo una signora attaccata ad una palma con stretta a sé una bottiglia d'acqua come fosse il suo bambino; le faccio segno di darmene un po' e questa disperata la stringe ancora più forte. Vorrei accasciarmi per terra, sono distrutta ma la polizia continua a caricare massacrando tutti; riesco finalmente a togliermi dal caos e ad infilarmi in una stretta via; lì respiro un po' d'aria e mi siedo a terra, c'è altra gente e incontro due compagni: la felicità vedere qualcuno di conosciuto, degli amici. Ora la polizia carica anche lungo le strette vie dove la gente si nasconde per riprendersi dalle botte e dai lacrimogeni, noi siamo in tre e corriamo cercando altre vie di fuga: Genova non la conosciamo e non abbiamo nemmeno una cartina. Finalmente ci fermiamo, nei pressi di Via Nizza incontriamo altri manifestanti che ci portano notizie di cariche in altri punti della città, il corteo è andato in frantumi. Rimango stordita e sconvolta da quello che è successo, attraversiamo la città a piedi; c'è il tramonto e stiamo molto attenti a non incrociare polizia e carabinieri. La città è sottosopra, anche nelle piccole vie ci sono negozi e macchine bruciate e cassonetti in mezzo la strada, cerchiamo un passaggio e due tedeschi ci portano al Pinelli: è quasi sera e al Pinelli non sono ancora tornati tutti. Più tardi ritrovo i compagni/amici che avevo perso oggi pomeriggio al corteo. Aspettiamo notte per andare via; la polizia sta fermando tutti ai caselli autostradali con violente perquisizioni: partiamo più tardi del previsto. Arriviamo a Modena a notte fonda e immediatamente vengo a conoscenza del blitz alla scuola Diaz; pensavo fosse tutto finito invece, il massacro nella scuola perpetrato dalla polizia mi ha riempito di nuovo dolore: forse la morte di Carlo Giuliani non è bastata.

Fra



ERIO


Erio poggia le suole sui pedali, che è come infilarsi le scarpe un'altra volta; preme la frizione e lo scricchiolio somiglia a quello della sua schiena dura come un uscio, quando si stira la mattina dopo migliaia di notti sonnecchiate in cabina. Lo schiocco della chiave sgrana una tempestata di colpi sotto il cofano; un occhio alla strada, e poco prima che il giorno abbia spento i lampioni Erio fa in modo di ingranare la marcia: tolto il freno, basta un passo e niente sta più fermo. La strada già a quest'ora del mattino di solito è molto trafficata, ma oggi è domenica e lascia tempo per guardarsi intorno. Quando sono anni che la percorri, diventa un po' come salutare il tuo vicino uscendo di casa: è sempre quello, magari da trent'anni, solo, di volta in volta, coi capelli un po' più bianchi e le espressioni ormai presenti, senza bisogno di chiamarle con una parola o un'emozione; fissate in faccia da tutti i sorrisi, sbotti di rabbia, imprecazioni e battute che ci sono passati in mezzo. Più il tempo passa e più lo riconosci, e ti stupiscono le foto dei vent'anni, piuttosto. Chissà come vedevano lui, invece, i suoi vicini, gli amici e conoscenti, i parenti che avrebbe rivisto oggi dopo tanti anni. E la sua povera Anna, chissà se lo guardava ancora, da qualche parte… diceva sempre che era un gran bell'uomo… Mo cièvet!-"Minga gnir vèç, vè! L'è un brut lavor!" gli diceva sempre suo nonno, invece. "Mo cum' as fa, nonno?"-"Eh, s'al savéss…"-Al gh'iva ragion-pensa Erio-Se oun al savéss…-Adesso lui ne aveva sessantacinque e il nonno non c'era più da un pezzo, come la sua casa, che era lì dove adesso si parcheggia per andare a far la spesa. Già dopo mezz'ora di viaggio il sole comincia a scaldare le ossa, com'è giusto che sia in una bella domenica di primavera. Chissà cosa dirà Afro, quando lo vedrà arrivare in camion: lui non c'è dubbio che non si presenti col mercedes… ai suoi figli non gli ha mai dato una lira neanche a morire, ma per il mercedes… gli darà del vecchio coglione come al solito, a mezza voce con quella pitocca della Vanda. Ma chi se ne frega! Il camion va sempre bene, anche per andare ai matrimoni: se lo tratti come si deve non ti lascia a piedi neanche a morire. A fare il camionista ci vuol bene almeno quello! Se no è una vita da cani… che lo è poi lo stesso. Ma del camion ti devi poter fidare, soprattutto quando sei solo te e lui per delle settimane, ci parli anche, come un coglione! Tra un pensiero e l'altro Erio è già quasi arrivato alla prima fermata; a un semaforo rosso inutile si trova a ridacchiare da solo proprio come un vecchio coglione. "Va' a cagher, Afro!". A S. Matteo la curva del casello si schiude con la sua solita calma a offrire un pasto caldo o la prima colazione al Bar Trattoria "da Oscar", porto sicuro per l'autista affamato, il turista tedesco di passaggio, ma soprattutto per l'autotrasportatore. Erio ferma il camion sotto i pioppi, nel parcheggio secco d'estate, fangoso d'inverno e incerto tra l'uno e l'altro nelle stagioni di mezzo, come in quel mattino primaverile. Ancor prima di arrivare alla soglia si sentono già l'aroma del caffè tostato e i profumi della cucina. Lei e Oscar sono i due unici punti fermi di quel posto, famoso per la buona qualità dell'una non meno che per il carattere dell'altro. Tutto il resto è "opzional". In realtà Erio non aveva neanche fame, perciò tentò di tirar fuori un'ordinazione nei pochi passi tra l'ingresso e il bancone, perché già che ti sei fermato qualcosa lo devi pur prendere-Se no 'sta t' férem da fèr? Ma quella mattina la testa voleva pensare per i fatti suoi; Oscar da parte sua non aiutò gran ché in quella situazione, con la sua abitudine di sbraitare i suoi saluti ai vecchi clienti quando ancora stavano sullo zerbino. Gli venne incontro in maniera del tutto non originale la sua vecchia compagna Abitudine ordinando per lui:
-"Un caffè e una pasta. Ciao Oscar".
-" Be' mo c'sa fèt in gir da 'st' ora la dmenga? 'n èt minga girèe abasta in zincuant' àn? Boia d'un mànd!? Alora cum' andammia?"
-"An gh'è mèl, an gh'è mel. E te?"
-" A pèrt i guai e me muiéra, tott bèin!"
-"Figùret…"
-"E te indo' vèet, da paser dad chè propia la dmenga?"
-"Al matrimonii 'd me fiola."
(fine prima parte)

L'identità e la nazione

L'identità non conduce necessariamente alla nozione di paese, ma esistono alcune identità che spariscono. Non possiamo confondere il concetto di identità con quello di nazione perché non può esistere l'annullamento dell'identità. Le identità sono una conquista dei tempi moderni, conquista dolorosa perché incompiuta e perché su tutta la faccia del pianeta ci sono nodi, focolai di desolazione che contraddicono questo movimento. Le identità a radice unica, nel vecchio concetto di nazione, dovrebbero lasciare posto alle identità in relazione; non si tratta di radicarsi, ma di pensare all'identità in modo meno intollerante, meno settario, un'identità che non uccide quello che vive attorno ad essa, ma che al contrario si protende verso gli altri. In questo contesto la nozione di nazione assume un contenuto molto più culturale che statale, militare, economico o politico, molto meno patriottico nel senso tradizionale del termine. E' per questo che oggi si può parlare di nazione basca mentre non c'è tutt'oggi uno stato basco. Si può esistere come identità senza esistere come forza. L'idea del potere e della potenza legata all'identità comincia ad erodersi, a sparire. Ma si dirà che è utopia e che , in ogni caso , se non si ha la potenza è inutile avere un'identità. Ma ciò non è vero. Le grandi potenze possono sparire, mentre le identità o l'idea di nazione, nel senso culturale del termine, persistono. Invece la nazione nel senso statale, legata al potere , che ci ha fatto tanto male, continua ancora ad infuriare e a devastare la terra, come è avvenuto in tempi recenti in Iugoslavia.
Le culture del mondo dovrebbero capire che non è necessario annientare, sradicare una cultura dall'altra per affermare se stessi. Non è attraverso la forza, attraverso una scelta ideale che si proteggeranno le culture, ma attraverso l'immaginario globale, che tutte le culture hanno bisogno di tutte le culture.
Potrebbe sembrare un'utopia perché ci sono poteri politici,
economici, militari e tutta questa macchina continua a
schiacciare, a stritolare. Come combatterla? Certamente
non con gli stessi mezzi, quelli dell'unicità settaria, ma
cambiando mentalità.

Manu Chao


Tra i primi a prevedere i futuri accadimenti, il nostro antiglobal, nell'ultimo hit "me gustas tu" verso la fine canta: talebim/talebam/tale bim bum bam, talebim/talebam/tale bim bum bam.

VOLARE


In giro ci sono troppe pubblicità ingannevoli e altre, troppo, estremamente, precise; alludo a quella dell'American Airlains: "i nostri aerei ti portano direttamente in ufficio".


GENOVA

A Genova durante il G8 il governo italiano per mano dei suoi organi repressivi e di mala informazione ha deliberatamente preparato un piano di criminalizzazione e di brutale repressione del movimento nato contro la globalizzazione dei mercati e delle multinazionali. Ha continuamente provocato i manifestanti prevedendo addirittura il possibile assassinio. La redazione di Stellanera si sente solidale con tutti i manifestanti arrestati, inquisiti e brutalizzati; si sente partecipe alle molteplici iniziative che cercano di far nascere un movimento di individui liberi contro il crimine degli affaristi, delle banche, degli Stati, degli eserciti e contro il tentativo di recupero di questo movimento da parte dei partiti.

PENTAGONO

Colpire i civili è sempre ignobile. Quello che è avvenuto alle due torri gemelle di New York è una cosa orribile, ci sentiamo costernati per ognuna delle vittime innocenti cadute per mano di un piano terroristico. Condanniamo il terrorismo senza appello; per questo condanniamo il governo e l'esercito degli Stati Uniti d'America che pratica il terrorismo più o meno esplicitamente da sempre. Non accettiamo la logica della vendetta, che qualcuno deve pagare per quei morti; troppi conti nella storia sono rimasti aperti e chi parla di civiltà ha ancora troppi crimini da pagare. Bisogna togliere le armi ai terroristi e non finanziarli per interessi propri come ha fatto la C.I.A. prima con Noriega, poi con Saddam, adesso con Laden ecc ecc. Bisogna togliere le armi agli eserciti, agli Stati, smilitarizzare subito. Stellanera ribadisce il proprio antimilitarismo e antistatalismo per questo lottiamo contro il terrorismo ed il terrorismo degli Stati e degli eserciti.

 

 

A Bologna nei giorni 13-14-15-16 settembre si è svolta la festa Arte/Anarchia
organizzata dai redattori della rivista Ap/ARTe. La rivista è già al sesto numero e appena ne siamo entrati in contatto abbiamo trovato qualcosa di molto bello, abbiamo così deciso di diventarne distributori. Per contattare direttamente la rivista: ApARTe C.P. 85, succ. 8, 30170 Mestre (VE)
La pioggia, la pioggia che nutre raccolti, la pioggia che purifica l'aria, la pioggia che lava le strade.
La pioggia che a volte, purtroppo, rompe un po' il cazzo.
Ci troviamo infatti a Bologna, partecipi di una stupenda 4 giorni dedicata all'arte; all'arte e all'anarchia.
Il clima interiore è di festa, il clima
meteorologico è polare.
Aiutati dal vino, che scorreva copioso tentiamo di gustarci gli spettacoli, sopravissuti all'acqua.
E devo dire che l'intensità dei sapori
è stata comunque molto forte.
Una bellissima esposizione che raccoglieva diversi autori accoglieva la gente in arrivo che, vuoi per il freddo, vuoi per il fango si raggruppava
solo negli spazi coperti.
Nell'osteria ci si calava in un'atmosfera familiare fatta di risa, abbondanti mangiate (complimenti ai cuochi) e sinceri confronti.
Nel piccolo teatrino coperto, invece, oltre a poter ammirare tavole con riferimenti anarchici firmate dalle mani di grandi vignettisti si assisteva a spettacoli teatrali, a presentazioni di libri e a coinvolgenti concerti in un susseguirsi di emozioni tanto forti quanto diverse.
In definitiva una bellissima iniziativa ostacolata solo da quell'antipatica pioggia che, come per chiedere scusa ci ha regalato due pallidi ma graditi arcobaleni.

DOV'ERA RAMBO?
Nessuno mi può accusare di avere sentimenti "antiamericani", negli Stati Uniti vivono molti fratelli e sorelle antimilitariste, anarchici, i popolani di Seattle, Chomsky ecc Sono contro il governo e l'esercito degli Stati Uniti d'America come del resto a tutti gli eserciti e a tutti gli Stati.
Quello che mi ha sempre rotto i coglioni è quell'atteggiamento di esaltazione, di superiorità, pieno di ammazzamenti, di eroi, di pistole, di cui la pseudo cultura ufficiale U.S.A è intrisa.
Siamo chiari: l'america è un continente e chiamare america gli Stati Uniti d'America significa far scomparire i ¾ delle cartine di Amerigo Vespucci.
L'americanismo all'italiana ci porta a chiamare il S.I.D.A., che consequenzialmente si pronuncia Sindrome da Immuno Deficienza Acquisita (così si pronuncia in spagna, in brasile ecc) in A.I.D.S., è insopportabile. Gli Stati Uniti d'America si semplificano in S.U.A. non U.S.A.
Veniamo al dunque; quando ho saputo degli attacchi al Pentagono (quasi nessuno si è lamentato di quell'obiettivo lì) e alle torri gemelle ho pensato subito alla vendetta dei Navajo, degli Oglala, dei Seminole.
"Non avete mai rispettato un trattato, he, gloriosi, coi cannoni contro le frecce, tiè".
Ho pensato a qualche nero che dopo anni di incubi, di offese, di razzismo, di cotone, avesse imparato a volare.
Ho pensato a qualche Vietcong che non avesse ancora saputo dell'armistizio e che la pelle gli bruciasse ancora, sempre colpa del napalm.
Ho pensato a qualche desaparecidos cileno o argentino che in tutti questi anni di scomparsa avesse imparato a pilotare.
Ho pensato a qualcuno di Panama, o di Granada, o ecc ecc Ho pensato agli Stati Uniti d'America (governo/esercito) come i continuatori del nazismo.
Ma quali portatori di civiltà?
Colonialismo, distruzione ambientale, vendita di armi, multinazionali.
I morti di Piazza Fontana vi stanno ancora cercando, i brutalizzati di Genova aspettano di conoscere quanti militari avete addestrato al terrore, alle uccisioni.
I morti di Hiroshima e Nagasaki
stanno vomitando sul vostro impero.
Pensavo fosse stato Zorro o qualche messicano a cui avete rubato la terra, invece no!!!!!, nessuna illusione, i miei eroi non uccidono la gente, non spacciano terrore (non esistono proprio); a commettere l'atrocità, l'abominio è stato qualcuno uguale o peggiore di voi.
Chi addestra alla guerra, chi usa il terrore, chi vuole omologare tutto alla propria razza, alla propria religione, al colore dei propri soldi, è un Bush, un Laden, un Putin ecc
La guerra tra chi vuole godersi la vita in pace e chi vuole sfruttare, omologare e conquistare tutto è sempre esistita (per colpa di questi ultimi) quindi in questa ennesima continuazione di guerra spero muoia Laden e tutti i Talebani (o meglio l'idea integralista religioso/talebana), che muoiano tutti i soldati S.U.A., U.R.S.S. Italiani e di tutti gli eserciti (o meglio le loro armi, divise e pseudo ideali militaristi) e che vinca il "fumo" afgano.

EMERITO IMBECILLE
Qualche Goa Trance fa, un signor nessuno, non ricordo nemmeno chi, si appoggiò al bancone a Libera (sala dissetante) e sgranocchiando, quel che noi, sempre alle persone sbagliate offriamo (penso patatine), mi disse: non c'è figa in questo bar. (?)
Era una provocazione?
Talmente intelligente che praticamente voleva dire: dalle altre parti per avere più clienti fanno così voi invece alternativi siete?
Purtroppo penso proprio che no, non era così, allora gli dissi: guarda se hai dei problemi c'è sempre tua madre.
Quello che più mi aveva fatto incazzare era che mi aveva inquadrato come uno che recepiva e parlava il suo linguaggio: coglione.


SUL SESSISMO
E' partita un'azione di controinformazione contro il sessismo all'interno di Libera. Ospitiamo per ora tre interventi, due qui di seguito ed uno nelle pagine della Gazzetta dal titolo "emerito imbecille".


L'ASSEMBLEA DI
LIBERA COMUNICA

L'assemblea di Libera comunica che chiunque voglia organizzare eventi musicali, culturali o avere un confronto sul percorso e le "scelte" di Libera il riferimento rimane l'assemblea settimanale del martedì sera.
Le individualità presenti alla riunione di martedì 25 settembre sentono l'esigenza di ribadire e far conoscere in modo più allargato che a Libera non ci sono capi, leader o punti di riferimento. Tutta l'assemblea è curiosa e vuole essere critica e partecipe alle elaborazioni di qualsiasi proposta.


UN SETTEMBRE PESO
Sabato primo settembre 1.500 persone sono passate da Libera per la serata in sottoscrizione ad Antenna 1 rock station. A parte l'atteggiamento un po' ferreo all'ingresso da parte degli organizzatori della radio che ha un po' mutato il rapporto con chi frequentava abitualmente il nostro spazio l'insieme della serata è stato buono; buoni i livelli degli spettacoli, buono il clima che nonostante il casino di gente si respirava.
Sabato ventidue dopo il banchetto in piazza seratona in sottoscrizione ai denunciati di Genova e al C.S.O.A. Pinelli incendiato. Seicento presenze e alto il livello di partecipazione.
Sabato ventinove oltre 2.000 persone hanno attraversato la serata che per molti di noi è stata veramente piacevole. 17 ore di musica anche sotto l'acqua, chiusura dei parcheggi per esaurimento posti e clima meraviglioso.
Oltre a queste iniziative dei sabati, i venerdì soprattutto il 28 pienissimi di gente.


Da "i Ribelli" di Pino Cacucci.
"I ribelli che ho sempre amato sono inguaribili utopisti, animati da un'utopia con la maiuscola: non quella dei grandi ideali con cui cambiare il mondo e affermare la società perfetta-rischiando così di contribuire al peggiore degli
incubi, cioè un sistema orwellianamente totalitario-, ma l'utopia dell'istintivo, insopprimibile bisogno di ribellarsi. E anche quando la sconfitta appare ormai ineluttabile, quando la realtà vorrebbe imporre loro l'accettazione di un compromesso per "salvare il possibile", continuano a battersi per quella che Victor Serge definiva "l'evasione impossibile". Essere consci che in questo mondo non c'è possibilità di evadere non è bastato a convincerli ad arrendersi." -"Credo che meriti di chiudere questa raccolta di vite intense, di morti annunciate, di memorabili Don Chisciotte che hanno tentato di piantare un paletto nel cuore di ghiaccio del Grande Vampiro, "il più gelido dei gelidi mostri" capace di assumere di volta in volta sembianze apparentemente diverse: dittature, nazionalismi, eserciti e milizie, colonialismi, società dei consumi e sedicenti governi democratici, masse di genti amorfe o perniciosamente acclamanti, regole del mercato senza legge e ricette di banchieri senza volto… Nella realtà è sempre Golia a vincere. Ma non per questo Davide smetterà di guardarsi intorno, cercando una nuova pietra da scagliare."