11 marzo 2006, una storia di Antifascismo

Quel giorno a Milano era caldo...

Un dossier a cura dello Spazio Sociale Libera

Sommario

Prefazione

Con la conclusione del processo di primo grado, è nata forte la necessità come Spazio sociale Anarchico Libera di redigere un opuscolo che riassumesse e facesse chiarezza sui fatti accaduti l’11 marzo a Milano e più in generale su ciò che è accaduto dalla carcerazione ad oggi.

Abbiamo ritenuto importante riportare l’iter del processo per smentire molte delle notizie false divulgate dai media e per fare luce sui codici di legge utilizzati dall’accusa; tutto ciò non solo per dimostrare che questi codici sono stati usati in maniera del tutto arbitraria e non coerente con ciò che è successo quel giorno a Milano, ma soprattutto per informare e dimostrare come lo Stato utilizzi a sua discrezione leggi per stabilire il controllo sociale e reprimere il dissenso.

Inoltre, abbiamo ritenuto importante pubblicare analisi e posizioni anarchiche riguardanti sia il fascismo che il modo di combatterlo.

La parte relativa al processo e all’analisi legale è stata tratta dal dossier redatto dal Supporto Legale; gli altri scritti sono stati redatti collettivamente o da singole individualità che hanno firmato il proprio intervento.

Fenomenologia di una strategia

Piccola premessa sull'iter del processo

L'11 marzo 2006 in corso Buenos Aires tra le dodici e trenta e l'una e un quarto un gruppo di circa duecento o trecento manifestanti cerca di opporsi alla sfilata autorizzata di più di cinquecento militanti di fiamma tricolore, base autonoma, f ronte veneto skinhead. Tra i manifestanti e i militanti di estrema destra si frappone la polizia. I manifestanti erigono una specie di barricata all'incirca all'altezza dell'incrocio tra via panfilo castaldi e corso buenos aires. Nel giro di una mezz'oretta si assiste a uno scambio di lanci: da un lato sassi, petardi e un razzo nautico lanciato ad altezza uomo; dall'altro lacrimogeni come se piovessero. Nello stesso periodo si assiste al danneggiamento di alcune auto, al loro incendio (che nel caso di un motorino si propaga all'edicola in prossimità dell'incrocio) e al danneggiamento di alcuni esercizi commerciali tra cui un AN point che verrà dato alle fiamme. Dopo una prima carica scoordinata e poco convinta, la polizia effettua una vera e propria carica di centinaia di metri con tutti gli effettivi o quasi (stiamo parlando di 300 tra poliziotti e carabinieri), le cui propaggini arrivano fino in città studi (circa due o tre chilometri dai fatti). Il bottino alla fine dell'operazione è di 46 fermi.

Cinque persone vengono accompagnate in questura, identificate e immediatamente rilasciate. Per tutti gli altri il fermo diventa arresto. Tre persone vengono però scarcerate domenica 12 marzo, alla sera. Il 16 marzo il GIP non convalida l'arresto di un'altra persona (che però poi verrà rinviata a giudizio dal pm e assolta), e i tre minorenni vengono mandati agli arresti domiciliari. Tra il 18 e il 21 marzo vengono scarcerate altre 9 persone. In carcere rimangono dall'11 marzo al giorno della sentenza 19 luglio (oltre 100 giorni) 25 persone.

Per tutte le persone scarcerate (escluse tre) il pm chiede l'archiviazione. Due delle persone scarcerate e poi rinviate a giudizio da Basilone, vengono assolte; la terza viene condannata a 50 euro per porto d'armi (un coltellino svizzero). Quindici delle ventuno persone scarcerate hanno affermato di aver partecipato alla manifestazione per impedire la sfilata dei neofascisti. Per almeno una delle persone scarcerate le foto la ritraggono in prossimità della barricata.A processo vanno 29 persone: una persona per porto d'armi (quella del coltellino); 28 per devastazione e saccheggio (le 25 persone in carcere, uno degli scarcerati senza misure cautelari, una degli scarcerati e un militante dei CARC di Torino con l'ennesimo arresto non convalidato dal tribunale del riesame). Delle 28 persone imputate di devastazione e saccheggio, 10 vengono assolti e 18 condannati a 4 anni, il minimo della pena per il 419 c.p. considerato il rito abbreviato e le attenuanti.

 

419 c.p.: devastazione e saccheggio

Il reato di “devastazione e saccheggio” previsto dall'art. 419 del codice penale recita quanto segue:

Chiunque, fuori dei casi preveduti dall'articolo 285, commette fatti di devastazione o di saccheggio è punito con la reclusione da otto a quindici anni. La pena è aumentata se il fatto è commesso su armi, munizioni o viveri esistenti in luogo di vendita o di deposito.

A questo punto è necessario richiamare anche l'art. 285 del codice penale:

Chiunque, allo scopo di attentare alla sicurezza dello Stato, commette un fatto diretto a portare la devastazione, il saccheggio o la strage nel territorio dello Stato o in una parte di esso è punito con la morte (1).

(1) La pena di morte è stata soppressa e sostituita con l'ergastolo.

Non è difficile capire che il reato in questione è stato pensato dal legislatore per casi più gravi di quelli relativi agli eventi di corso Buenos Aires: tumulti, insurrezioni popolari, e in generale quei fenomeni di abuso compiuti durante gli ultimi anni di guerra ed eventualmente nell'immediato secondo dopo guerra.

Tant'è che in Italia non si è visto usare nemmeno durante le sommosse più drammatiche come quella di Genova del luglio 1960 o durante tutti gli anni Settanta, che certamente non hanno lesinato situazioni complicate dal punto di vista dell'ordine pubblico.

La gravità del reato si intuisce molto rapidamente dal fatto che era previsto per essa la pena di morte (sempre che qualcuno non ritenga utile implementarla nuovamente nell'ordinamento italiano) e che le aggravanti sono costituite dal tipo di armi che vengono usate nel commettere il reato. Inutile dire che di armi in corso Buenos Aires non ce n'erano. Ma andiamo oltre il codice penale e cerchiamo di arrivare all'uso comune del reato e alla dottrina relativa al reato stesso.

La dottrina relativa al reato di devastazione e saccheggio mette chiaramente in luce come il reato non sia una semplice serie di danneggiamenti e di rapine, ma come sia una fattispecie qualitativamente diversa, in cui l'ordine pubblico viene leso al punto tale da costituire una concreta minaccia per la vita collettiva. Come hanno ben ricordato molti avvocati, tutti gli eventi di corso Buenos Aires sono durati meno di un'ora, la maggior parte della quale passata da parte di forze dell'ordine e manifestanti a fronteggiarsi senza che nulla accadesse. In tutto questo tempo i passanti e i curiosi erano a fianco della barricata monca che prendeva fuoco, a fare foto con il telefonino per avere come souvenir un lancio di lacrimogeno. Meno di 5 minuti dopo i fatti lo shopping milanese era già ripreso. Un contesto che rende ridicolo affermare che la situazione fosse talmente fuori controllo da costituire una concreta minaccia per la vita collettiva, a meno che non si voglia seguire l'ondata pro isteria collettiva di media e politicanti.

Il tutto sembra ancora più ridicolo quando si osserva come le forze dell'ordine abbiano caricato una volta sola per davvero arrestando circa un quarto delle persone presenti e ponendo fine alla situazione. Difficilmente si può paragonare tutto questo ai precedenti per il reato di devastazione e saccheggio previsti dalla dottrina: “gli eventi dopo i bombardamenti di Benevento (1942)”, un evento che difficilmente si può avvicinare a corso Buenos Aires. Per non parlare dei precedenti più recenti, ricordati dall'avv. Vanni: durante i tumulti del 1960 contro il governo Tambroni a Palermo “si era spaccato tutto, assalendo banche, il municipio e i negozi, di tutto. Ci furono 144 feriti non gravi tra le ffoo. Furono fermate 364 persone, di cui 55 andarono a processo. Dei 55 solo 2 furono condannati per devastazione e saccheggio, ma a entrambi furono garantite le attenuanti di alto valore morale e sociale per aver combattuto per migliorare e progredire le condizioni sociali dei lavoratori; si trovano bombe ovunque; molti manifestanti erano armati; tutti i semafori e le aiuole sono state distrutte; piu' di cento tra agenti e carabinieri sono stati feriti".

Anche il precedente più recente, tuttora controverso, relativo ai fatti successi durante Avellino-Napoli in seguito alla morte di un tifoso napoletano, non colmano questa lacuna, dato che in quel caso i tifosi hanno distrutto letteralmente tutto lo stadio, rendendone possesso e sottraendolo materialmente per ore alle forze dell'ordine. Anche in questo caso estremo però, almeno uno dei tre gradi di giudizio ha derubricato la devastazione e saccheggio, manifestando come l'orientamento giurisprudenziale puro venga torto dalle necessità politiche di quest'epoca di facili paure per i barbari.

 

Le prove della devastazione e del saccheggio

Ma il problema non si limita a una questione politica o giurisprudenziale. Il problema si estende nel reame della fabbricazione delle prove. In questo i carabinieri, veri registi dell'operazione 419 c.p., hanno dato il meglio di sé.

Se riguardiamo i filmati dell'11 marzo ci rendiamo conto che i danni concretamente relativi agli scontri che sono avvenuti riguardano: meno di cinque auto date alle fiamme e poste di traverso sulla carreggiata; due o tre negozi danneggiati; l'incendio dell'AN point e accidentalmente di un edicola.

Inaspettatamente dalle relazioni dei carabinieri di quel giorno notiamo un elenco di quasi cento (100!) veicoli, per molti dei quali la denuncia parla di graffi, che lo stesso proprietario non saprebbe collocare in quel giorno o nei giorni precedenti o successivi.

Ignari della necessità di un salto qualitativo e non quantitativo nei danneggiamenti per portare al reato di devastazione e saccheggio, ci immaginiamo questi poveracci del nucleo operativo che vanno a cercare uno per uno i proprietari delle auto per convincerli ad accollare all'11 marzo anche l'incidente occorsogli due mesi prima.

Ma non basta. Perché il 419 del c.p. prevede oltre alla devastazione, e quindi nella semplice mente dell'appuntato una serie di danneggiamenti, anche dei saccheggi. Come fare? Scopriamo da due denunce che durante la fuga i manifestanti (che ricordiamo sono stati dispersi nel giro di pochi minuti e inseguiti fino a Città Studi, circa cinque o sei chilometri da corso buenos aires) avrebbero trafugato 8.000 pezzi di bigiotteria e altri materiali da una bancarella di un ambulante che opera sull'angolo di viale Tunisia, e circa quaranta (40) mila euro di merce di un altro ambulante. Lascia o raddoppia? Ci vuole molto coraggio per credere alla verosimiglianza di queste denunce, ma si sa i permessi di soggiorno e i permessi per tenere le bancarelle non sono facili da ottenere se ti inimichi l'Arma.

Dulcis in fundo, facciamo notare che nessuno dei negozi, o dei proprietari delle auto, o delle bancarelle, si è costituito parte civile, neanche AN per l'AN point. O nessuno ci ha perso nulla, oppure c'è qualcosa che non quadra.

 

Il concorso materiale e il concorso morale

Chi sta scrivendo questo testo non è un esperto di diritto. Però non ci vuole molto a capire la distinzione tra commettere un reato, non commetterlo e aiutare a commetterlo.

Per concorso materiale si intende concorrere nella realizzazione di un reato nella sua fase ideativa, preparatoria o esecutiva. Ovvero laddove io dimostri che una persona ha ammazzato un'altra persona, se io ho aiutato a preparare l'attentato, o a realizzarlo sono colpevole di concorso materiale.

Il pm ben sapendo di non poter provare nessun concorso materiale da parte di nessuno degli imputati (per i quali non c'è nessuna prova di aver contribuito né direttamente né indirettamente a un singolo atto di danneggiamento o di rapina, figuriamoci di devastazione e saccheggio), ha pensato di uscire dal cilindro il concetto del concorso morale, secondo il quale è sufficiente per concorrere rafforzare il proposito criminoso di altri attraverso i propri atteggiamenti o la propria condotta. In primo luogo se non c'è il reato di devastazione e saccheggio risulta difficile capire come concorrere nel realizzarlo, ma anche se ci fosse, come dice l'avvocato Mazzali “sarà necessario qualificare la condotta alla quale io come imputato ho concorso, seppure moralmente”. Ma il pm non è riuscito a dimostrare nessuna condotta di danneggiamento, né di altro tipo, e non è neanche riuscito a dimostrare che gli imputati abbiano contribuito in alcun modo a uno qualsiasi di questi comportamenti.

In pratica il pm ritiene che la mera presenza in piazza documentata con la volontà di partecipare al corteo rappresenti un concorso morale con chi ha compiuti i danneggiamenti, per lui qualificabili (e su questo abbiamo già ampiamente argomentato contro) come fattispecie del reato di cui al 419 del codice penale.

Una tesi contro cui la nostra Costituzione si ribella, non solo perché “la responsabilità penale è personale”, ma anche perché in Italia fino a prova contraria esiste il “diritto di manifestare”. Tant'è che lo stesso tribunale del riesame, nel rilasciare alcune delle persone per cui lo stesso pm ha chiesto l'archiviazione, e che hanno partecipato alla manifestazione senza però essere state imputate di devastazione e saccheggio, dichiara: “anche ritenendo accertata da un lato la presenza in corso buenos aires, presenza qualificata dalla partecipazione alla manifestazione, non sono sufficienti a formare un grave quadro indiziario per giustificare la reclusione”. In pratica: non basta essere al corteo per essere responsabili di concorso morale come vorrebbe il pm. E in effetti è il pm stesso che chiederà per diverse persone l'archiviazione pur essendo provata la loro presenza alla manifestazione... Perché due pesi e due misure?

 

Le prove del concorso morale

Come prova tutto questo il pm? Le prove schiaccianti che qualificherebbero la mera presenza alla manifestazione come concorso morale per il pm sono due: la consapevolezza della convocazione via Internet e il comportamento uniforme avuto dagli arrestati, particolarmente nel caso delle 19 persone arrestate in corso Buenos Aires, 15.

Riportiamo qui il testo integrale della “convocazione via internet”, un testo anonimo pubblicato la notte tra l'otto e il nove marzo sulla sezione italiana del network di siti di informazione indipendente Indymedia, nel cosiddetto newswire ovvero nella porzione del sito in cui chiunque può pubblicare anonimamente un articolo.

 

L’assemblea antifascista di movimento che si è tenuta in Pergola giovedì scorso ha preso una chiara posizione contro la provocazione fascista della fiamma di sabato prossimo. In concomitanza con la marcia nera verrà lanciata una giornata di mobilitazione. Il primo appuntamento della giornata sarà una conferenza stampa in porta Venezia alle 12.00, dove denunceremo il carattere razzista, fascista e antisemita di questa organizzazione e la stretta connivenza con le destre di governo. La conferenza oltre ad informare permetterà a tutti gli antifascisti di concentrarsi nella piazza da cui poche ore dopo dovrebbe partire il corteo della fiamma. Ma non succederà se la nostra mobilitazione sarà larga e determinata, da porta Venezia non andremo più via e tutto ciò che accadrà dalle 12.00 in poi sarà completa responsabilità delle scelte politiche delle “autorità cittadine”. Che si troveranno di fronte un semplice dilemma: regalare per ore un pezzo del centro cittadino milanese alle destre xenofobe al prezzo di elargire robuste dosi di violenza poliziesca contro gli attivisti antirazzisti. Oppure rendersi conto che la sfilata di questi beceri intolleranti è inaccettabile nelle nostre città, ancor più a Milano medaglia d’oro alla resistenza, che da tempo è divenuta un crocevia di culture diverse che sempre più ne arricchiscono il tessuto sociale. I movimenti da parte loro si metteranno in gioco, se la scelta dei signori dell’ordine pubblico sarà quella di spalleggiare i razzisti cacciandoci con violenza dalla piazza porteremo viralmente il nostro dissenso per tutta la città.

Sabato 11 marzo conferenza stampa (APPUNTAMENTO PER GLI ANTIFA') pta Venezia ore 12.00

P.S. Tutti preparati...

 

La prima considerazione è la natura anonima del testo: un testo anonimo non può costituire prova di premeditazione da parte di un gruppo riconosciuto di individui. Chiunque avrebbe potuto scrivere qualsiasi cosa, che secondo il pm gli arrestati ne dovrebbero rispondere.

Seconda considerazione: è stata pubblicata il 9 marzo. Quale tipo di preordinata devastazione e saccheggio si può organizzare in meno di due giorni?

Terza considerazione: in nessuna parte del testo si parla di scontri. Il testo è una convocazione di una conferenza stampa.

Forse il pm vuole dire che chi ha risposto alla chiamata per una conferenza stampa risponde di tutto quello che succede nel luogo dove doveva avvenire la conferenza stampa, anche se non ha la più pallida idea di che cosa sia?

La conoscenza di questo testo da parte degli imputati è per il pm la prova schiacciante del loro concorso morale. Definire illegittimo e fantasioso questo uso di una fonte anonima che non parla neanche della fattispecie di reato è un eufemismo. Il secondo elemento, che risulta eclatante nel caso delle diciannove persone arrestate nel portone del civico numero 15 di corso Buenos Aires (meno di 200 metri dalla barricata): queste persone, contesta il pm hanno condiviso un medesimo atteggiamento arrivando tutte armate e travisate all'ingresso del portone e distruggendo una porsche prima di entrare nel luogo che avevano scelto come riparo. Secondo il pm la prova di questo atteggiamento sarebbero le quattro testimonianze fotocopia di cittadini che li hanno visti arrivare (non vogliamo fare i saputelli dicendo che quattro testimonianze che usano le stesse identiche parole sono sospette). Purtroppo però gli operanti che hanno arrestato le diciannove persone sostengono di averle inseguite direttamente dalla barricata fino al posto in cui si sono nascoste, in pochi minuti, addirittura arrivando mentre l'ultimo degli arrestati stava chiudendo il portone.

E' evidente che le due versioni, quella più realistica delle forze dell'ordine e quella funzionale all'impianto del pm, non stanno in piedi insieme. Vorremmo capire dal pm come pensa che diciannove (19) persone braccate da un plotone di cc si fermino a distruggere e spostare in mezzo alla strada una porsche mentre scappano a gambe levate e cercano di buttarsi in un androne per sfuggire all'arresto. E' onestamente un mistero che si spiega solo con l'obnubilamento della mente del pm. Obnubilamento ulteriormente confermato dai sequestri effettuati sul luogo in cui queste persone vengono arrestate: i carabinieri che intervengono subito e arrestato i diciannove rinvengono nel cortile cinque o sei oggetti atti al travisamento e due o tre bastoni. Mezz'ora dopo interviene la DIGOS, senza che vi sia certezza che altri siano entrati e abbiano appoggiato nel cortile altri oggetti, e rinviene in uno spazio di trenta metri quadri altri sei caschi e altri bastoni, che assegna d'ufficio agli arrestati che ormai hanno lasciato l'androne da mezz'ora. Anche pensando che nessuno sia entrato e abbia aggiunto materiali in questa mezz'ora, non basta a dire che tutte e diciannove le persone erano armate o travisate. Quindi le testimonianze sulle quali il pm cerca di fondare il comportamento omogeneo prova di un concorso di fatto tra le persone, risultano chiaramente false o falsate da chi le ha volute verbalizzare in una forma che aiutasse l'impianto predigerito fornito al pm. Concorso c'è stato sì tra quelle diciannove persone, ma per fuggire a una carica, un comportamento più naturale che sanzionabile.

 

Le prove a carico dei singoli individui:
dalla mera presenza a una condanna per 4 anni

Le prove con le quali il GUP e il pm prima di lui pretendono di provare la colpevolezza per devastazione e saccheggio da p a r t e d e g l i imp u t a t i , direttamente o attraverso la forma del concorso materiale morale, sono del tutto arbitrarie.

Le stesse immagini utilizzate durante il processo, rendono chiaramente merito alla tesi difensiva che vede le persone responsabili solo di aver partecipato a un corteo poi degenerato, e al massimo responsabili di ordinarie situazioni di ordine pubblico, non certo riconducibili al reato di devastazione e saccheggio.

In tutti i casi le persone non vengono ritratte durante alcun episodio di danneggiamento o di altro genere che non la mera presenza travisata. Le persone con le posizioni più gravi (che farebbero sorridere se si trattasse di una resistenza a pubblico ufficiale e non di devastazione e saccheggio) sono quelle ritratte mentre compiono un singolo lancio di sassi, difficilmente categorizzabile come un comportamento sufficiente a qualificare la fattispecie del reato 419 c.p. Facciamo notare che nella stragrande maggioranza di questi ultimi casi il riconoscimento è ben più che dubbio e basato su elementi talmente generici che in una qualsiasi folla di più di cinquanta persone potreste trovare più di una persona corrispondente alla descrizione.

Considerazioni sulla repressione

La sentenza fuoriuscita dalle aule del tribunale di Milano il 19 luglio scorso crea un pericoloso precedente giuridico che afferma la criminalizzazione della libertà di pensiero e di azione.

La sentenza di condanna a 4 anni di reclusione per concorso morale in devastazione e saccheggio sancisce che ogni qualvolta si dovessero verificare incidenti durante una manifestazione pubblica chiunque venga fermato o in qualche modo identificato, anche in base a prove del tutto arbitrarie, può essere ritenuto responsabile di ciò che si verifica di “delittuoso”.

Questo strumento repressivo di controllo sociale di cui lo stato si è dotato fa parte del famigerato “Codice Rocco” redatto, guarda caso, durante il ventennio fascista con lo scopo di facilitare l’azione repressiva ai danni dei gruppi e degli individui che cercavano di opporsi al regime fascista: paradossale è che questa legge fascista venga applicata proprio a chi è sceso in piazza contro i fascisti.

Al fine di annullare questo “punto” delle istituzioni i condannati ricorreranno alla corte d’ appello e di cassazione per arrivare ad un annullamento della sentenza di primo grado, che eliminerebbe il precedente giuridico.

Perciò è fondamentale un’opera di controinformazione che evidenzi la repressione che lo stato esercita sulle nostre vite anche tramite le leggi che riguardano i reati associativi.

Il nostro antifascismo

La polizia ha autorizzato e difeso il corteo di Fiamma Tricolore, l'11 marzo 2006 a Milano. Quel corteo inneggiava al fascismo ed al duce. La loro costituzione repubblicana e antifascista lo vieta. I nostri compagni sono stati condannati a quattro anni di reclusione utilizzando il Codice Rocco, un codice fascista.

Bisogna riflettere su questa domanda: il fascismo e il nuovo fascismo sono un PROBLEMA o un triste spettacolo messo in scena da nostalgici?

Per il ricco commerciante con la villa a Portofino di sicuro non rappresentano ancora un problema, chi invece subisce gli attacchi violenti e l’arroganza del nuovo fascismo, sono gli Spazi Sociali Autogestiti e le figure da sempre ritenute loro nemiche come omosessuali, transessuali, immigrati e giovani alternativi. E’ una violenza sempre più presente a cui bisogna dare una risposta. Per le istituzioni il nuovo fascismo non rappresenta di sicuro un problema, per primo perché ne condivide tanti dei presupposti come la gerarchia e l’autorità, per secondo perché lo protegge (come a Milano l’11 marzo) e lo usa come argine contro i movimenti antistituzionali considerati il vero pericolo. Le istituzioni e i media spacciano questi gravi episodi per scontri tra bande; l’uccisione di Dax ne è un esempio, il pestaggio dei compagni di Dax all’ospedale S. Paolo ne è la conferma. In realtà questi episodi di violenza sono espressione di un fenomeno molto più vasto, che non si limita ad attacchi brutali a luoghi o persone, e quindi alla semplice violenza fisica, ma nasconde legami profondi con forze politiche ben strutturate e anche tutelate istituzionalmente e dalle forze dell’ordine. Il nostro antifascismo non si arresta, perché come anarchici e anarchiche siamo da sempre contro ogni dittatura e ogni forma di autoritarismo, combattiamo l'idea di patria famiglia dio e razza, siamo antimilitaristi e contro l'esaltazione della forza, perché rifiutiamo qualsiasi logica di sopraffazione. Gli anarchici hanno sempre combattuto tutti i fascismi e gli autoritarismi. In italia già al sorgere del fascismo nel 1920 aderirono agli "Arditi del Popolo", attentarono con Lucetti, Schirru, Sbardelotto e Zamboni alla vita del duce e nell'ultima parte della resistenza lottarono con proprie brigate partigiane. Inoltre siamo contro qualsiasi tipo di revisionismo, sia di chi nega l'esistenza dei Lager e delle Camere a Gas, sia di chi come Togliatti concesse l'amnistia ai fascisti o come il Diessino Violante che ha cercato di riabilitare con esternazioni confuse chi partecipò alla Repubblica di Salò. Il fascismo è la variante armata ed aggressiva dell'autoritarismo. Le filosofie autoritarie o gli individui che cercano scorciatoie per raggiungere i propri fini spesso sviluppano fascismi. Il sonno della ragione, la non partecipazione, la delega, il silenzio ne permettono il ritorno. Bisogna uscire subito da questi momenti di apatia, autogestire la nostra vita.

L'autogestione è l'antidoto migliore contro i fascismi.

La "questione" violenza

Tutte le discussioni e le valutazioni sui fatti dell’11 marzo di Milano passano e si soffermano sulla questione della violenza, voglio quindi fare su questo tema qualche riflessione.

Lo Stato vuole il monopolio e l’esclusività della violenza. Lo Stato attraverso i suoi apparati armati e violenti vuole l’arbitrio su chi deve manifestare e in che modo e solo lui può impedire violentemente o no un corteo.

I fascisti esaltano la violenza come metodo di risoluzione dei problemi e come forma di aggregazione, appena sono in gruppo la esercitano.

L’11 marzo c’è chi ha cercato di impedire l’adunanza ed il corteo fascista di Fiamma Tricolore e mi è difficile pensare che fosse convinto di riuscirci senza rapportarsi ad una situazione violenta; in seguito all’arrivo della Polizia la reazione, la rabbia e l’autodifesa hanno costretto a rapportarsi alla violenza. Nelle valutazioni successive dei fatti alcuni hanno posto l’accento sulla differenza che esiste tra colpire cose e persone, oppure sul fatto che il tentativo di impedire con la violenza il corteo dei violenti sia perdente. Altre analisi dicono invece che finalmente qualcuno ha posto sulla bilancia con “violenza” la questione del diffondersi fascista.

Io voglio un mondo dove non sia la violenza fisica e psicologica a regolare la vita tra gli individui e credo che la violenza sia sempre una sconfitta.

Sono totalmente contro l’esaltazione della violenza, mi ritengo filosoficamente un Antiviolento. Ritengo anche però che l’autodifesa sia necessaria, e penso che saremo costretti ad usare la violenza per togliere il Potere a chi non vuole attraverso la solidarietà e la condivisione dissolverlo il più possibile.

Questo è un mondo estremamente violento, il capitale, lo Stato, la religione sono violenti. L’autorità, la gerarchia, il militarismo, lo sfruttamento, la deportazione dei popoli nativi, la distruzione ambientale sono possibili solo attraverso la violenza armata degli Stati e delle Multinazionali.

Credo che chi si definisce non violento per coerenza debba muoversi immediatamente per l’abolizione dell’esercito, e dei corpi armati dello Stato.

Tutti questi pensieri alla fine però devono dare un risultato che è questo, l’11 marzo a Milano a contrastare Fiamma Tricolore c’erano i nostri compagni.

Fascismo e nuovi fascismi

Quando si cita la parola fascismo la mente corre al ventennio col suo triste teatrino e le sue tragiche scelte. Il fascismo oggi è più subdolo, mascherato, è un filo trasversale che percorre la cultura e/o la coscienza delle persone.

E’ fascismo l’omologazione delle coscienze, il ricorso alle azioni di guerra, la repressione del dissenso qualsiasi esso sia dalla difesa del territorio alla difesa del pensiero).

E’ fascismo il pregiudizio di cui è intrisa la nostra società, la gestione del quotidiano fatta di ore legate alla produzione, ai rapporti sfilacciati, ai pensieri tristi della paura ogniqualvolta incontriamo uno sconosciuto o qualcuno che non corrisponda ai modelli occidentali.

E’ fascismo questa pseudo-democrazia che ci fa sentire liberi solo perché mettiamo una croce sulla scheda elettorale liberandoci poi dell’onere delle partecipazione.

E’ fascismo il cambiamento antropologico dell’uomo: da essere pensante a consumatore, video dipendente di una cultura tutta tesa a livellare le piccole dune di pensiero autonomo che ogni tanto si presentano nella società.

E’ fascismo l’impossibilità di avere strumenti per il pensiero critico, la diffidenza con la quale il mondo degli adulti guarda ai giovani; la criminalizzazione di qualsiasi azione che non abbia il favore dei partiti o di qualsiasi progetto di vita che non rientri nei canoni della normalità dettati da un cultura elaborata a tavolino dai signori della TV.

E’ fascismo lasciare sfilare tristi figuri di antica memoria nelle città medaglie d’oro della resistenza; è fascismo condannare senza sapere, sulla base di un pregiudizio politico. E’ fascismo la finta liberazione della donna che si fa uomo per gestire il potere.

E’ fascismo non poter accedere al tempio del sapere perché già occupato dai tanti che del pensiero libero non sanno cosa farsene e preferiscono sottostare a indicazioni dall’alto.

E’ fascismo la mancata ricerca e sperimentazione di nuove forme di comunità, di aggregazione alla quale guardano con fastidio i benpensanti e i clerico-dipendenti.

E’ fascismo una scuola distrutta dal servile tentativo di farne succursale della fabbrica; una scuola che ama la passività la noia delle informazioni (sempre quelle) tramandate e non accetta i liberi pensatori.

E’ fascismo la c o s t r i z i o n e all’integrazione, con tutto quello che comporta la distruzione delle culture originarie).

E’ fascismo non comprendere come la diversità sia il valore primo di crescita individuale e collettiva.

Il fascismo non è solo la nostra storia ma, purtroppo è il nostro presente vivo nelle repressioni continue, nell’avere più cura delle cose che delle persone.

E’ fascismo l’accettazione passiva delle ore di lavoro (tante) che non permettono la comunicazione, la cura dei cari, il dialogo coi figli, l’amore, per possedere oggetti.

”E’ l’epoca delle passioni tristi” quando si condanna un innocente solo per mantenere vivo un teorema e vendicare vetrine rotte da altri.

E’ fascismo massacrare di botte un povero cristo perché non vuole essere espulso, da parte di quelli che sono per l’ordine e creano il disordine.

E’ fascismo il razzismo imperante dei giornali verso popolazioni che hanno, come unico torto, il desiderio di voler sopravvivere nel proprio territorio.

E’ fascismo studiare la storia dei potenti e non conoscere quella dei popoli che fanno la storia ogni giorno.

E’ fascismo lasciare al lavoro le vecchie generazioni e non lasciare ai giovani l’opportunità di emanciparsi.

E’ fascismo essere subalterni ad una cultura di violenza e non poter esprimere la nostra diversità.

Io chiedo di aprire gli occhi , soprattutto a quelli che hanno vissuto il fascismo storico (che ormai sono pochi) e chiedo loro di fare un atto di coraggio e di dirci se è questa società che volevano coloro che si sono sacrificati per la nostra libertà.

Chiedo di rispettare la storia senza trincerarsi dietro opportunità politiche. Contro questi fascismi la lotta dell’antifascismo non può essere a parole e a celebrazioni; deve essere mi l i tante, quot idiana perché dovunque c’è il pensiero unico si annidano i pidocchi dell’intolleranza.

Da dentro

Contributi dei compagni arrestati sulla loro esperienza

 

Lettera dei compagni di Reggio Emilia da San Vittore maggio 2006

In Corso Buenos Aires a Milano dopo violenti scontri e numerose cariche da parte delle forze dell’ordine, ci rifugiamo in un cortile all’interno di uno stabile. Dopo pochi minuti, su delazione di qualche passante, i carabinieri fanno irruzione a manganello spianato e pronti per colpirci, fermandosi soltanto all’ordine di un loro superiore. Tra urla e insulti tipo: “Fosse per me questi li ammazzerei tutti” “zecche di merda” “Altro che galera ci vorrebbe per voi” etc. incominciano le identificazioni e le perquisizioni per ognuno di noi. Il clima è di massima tensione all’interno del cortile e l’attesa è interminabile. Nel frattempo arrivano funzionari, ufficiali e altri agenti di carabinieri e polizia, veniamo poi scortati fuori attraverso due cordoni di agenti per essere caricati sui cellulari venendo dati in pasto agli avvoltoi della carta stampata sempre pronti a sbattere il “mostro” in prima pagina. Da lì, tra varie difficoltà logistiche da parte dei fautori dell’ordine come portelloni che non si chiudono o addirittura si staccano, veniamo portati in questura, dopo aver aspettato sempre tra vari “commenti”, sui cellulari, veniamo tradotti in una sala d’aspetto nel seminterrato dove già c’erano altri/e compagni/e arrestati/e dalla polizia. Ci rendiamo subito conto di essere pressappoco una cinquantina in tutto. In questo ameno luogo abbiamo atteso varie ore senza la possibilità di alzarci, girarci o parlare tra noi, con l’obbligo di guardare avanti e senza alzare la testa.; uno alla volta veniamo fatti alzare e ripresi con la telecamera dalla testa ai piedi con tanto di panoramica sui tatuaggi per chi li ha, a questo punto veniamo divisi dai compagni arrestati dalla polizia e portati alla caserma dei cc. Una volta giunti in una sala d’aspetto ci prelevano a gruppi di 4/5 persone per procedere nel rito della schedatura, prelievo delle impronte digitali, foto segnaletiche e descrizioni varie. In caserma il tempo sembra non passare mai e non sappiamo ancora che fine faremo. Di mangiare non se ne parla ancora pur essendo passata l’ora di cena, l’unico sollievo che abbiamo è un caffè ogni 5 persone, per andare in bagno bisogna fare richiesta e anche il fumo è razionato a discrezione degli agenti; ora la nostra sorte dipende dalla decisione del magistrato. Sono le dieci quando arriva la conferma del nostro arresto con le accuse di devastazione, incendio, saccheggio, resistenza e violenza a pubblico ufficiale. La speranza di un ipotetico ritorno a casa si tramuta in stupore e delusione e veniamo informati che saremo detenuti a S. Vittore. Dopo un paio d’ore ci vengono restituiti i telefoni cellulari che ci avevano sequestrati e con la raccomandazione di non accenderli, ma “misteriosamente” mancano quelli delle ragazze (ad ora non si sa che fine abbiano fatto), ci ricaricano poi sui cellulari diretti al carcere. Fuori dal portone la polizia penitenziaria sembra agitata e per “evitare problemi” vengono bloccati gli incroci circostanti, è proprio un’operazione in grande stile con tanto di mitragliette puntate. I furgoni entrano uno alla volta e uno di questi, una volta entrato, non accenna a ripartire. La scena che ci si para davanti è comica: 5 carabinieri che spingono il furgone sbraitando e assolutamente senza farci scendere. Una volta entrati e separati dalle ragazze ci rinchiudono in una cella comune la cui igiene spaventerebbe un topo di fogna. Uno alla volta ci perquisiscono interamente, ci tolgono soldi ed effetti personali e ci schedano ancora. Questa operazione è di una lentezza esasperante, tanto che il primo entrerà in cella un’ora dopo e l’ultimo verso le undici di mattina. La cosa è aggravata dalla stanchezza e dalla fame che ci attanaglia e mai come ora ci rendiamo conto di quanto sia lenta e contorta la burocrazia. A questo punto a ognuno di noi viene consegnata una coperta, le lenzuola, una tazza, un piatto in plastica, una saponetta ed un rotolo di carta igienica. Veniamo condotti alle nostre celle della sezione SMS. L’ Esse Emme Esse (Sezione di Massima Sicurezza) o Speciale è un raggio isolato da tutti gli altri, dove vengono portati solamente i detenuti in punizione. A differenza delle sezioni comuni qui le celle sono sempre chiuse, non esiste la socialità, ci sono varie restrizioni su ciò che si può tenere in cella e per ogni spostamento all’interno del carcere si è costretti ad avere la scorta. La “fortuna” che abbiamo è di essere tutti sullo stesso piano, insieme agli altri compagni arrestati con noi. L’unica possibilità di trovarci tutti insieme sono le due ore d’aria mattutine e le due pomeridiane . Qui abbiamo avuto modo di conoscere gli altri detenuti del nostro raggio, per la maggior parte immigrati. I primi momenti sono terribili perché pervasi da incertezza, paura e timori dati dal possibile comportamento di detenuti e guardie nei nostri confronti. E’ un po’ come entrare in un altro mondo: la notte è piena di rumori, dai cani che abbaiano, alle porte che sbattono al rumore dei passi dei secondini, la luce del corridoio è sempre accesa e impedisce di dormire, le celle sono fredde e piene di spifferi e, anche a Marzo, una coperta sola non basta. Per ogni cosa dobbiamo chiamare il secondino. Già nei primi giorni inizia a consolidarsi la solidarietà fra noi e i compagni provenienti da altre realtà nonostante si evincano prime differenze tra le personalità e le sensazioni di ognuno. Ogni singolo gesto acquisisce un importanza e un valore emotivo enorme, creando fortissimi sbalzi d’umore. Alla prima lettera ricevuta qualcuno si è commosso, qualcun altro invece non si dà pace per la situazione che si è creata. Dopo tre giorni dal nostro arresto veniamo interrogati dal gip in un’aula interna al carcere, solo ora vediamo il nostro avvocato. Siamo tutti molti speranzosi ma dopo qualche giorno arriva la conferma dell’ arresto, ancora una volta siamo stupiti e abbattuti; soltanto un compagno viene rilasciato e nel salutarlo l’emozione è forte: baci e abbracci come fossimo amici da sempre. I giorni passano e noi cominciamo ad entrare nella vita del carcere con tutto ciò che comporta e possiamo toccare con mano questa realtà anche grazie alle testimonianze degli altri detenuti e delle compagne al femminile con cui riusciamo solo a scriverci. S. Vittore non è un carcere penale, quindi per la maggior parte della gente resta per pochi anni, mesi o giorni, questo comporta, tra l’altro, un sovraffollamento incredibile: i posti letto sono circa 800 mentre in tutto sono “ospitati” 1600 detenuti. In alcune sezioni si dorme in dodici dove si dovrebbe stare in sei; le condizioni igieniche sono pessime come anche lo stato degli ambienti, gli impianti elettrici e idraulici non sono per niente a norma., l’acqua calda si trova ( e neanche sempre) solo nelle docce comuni, per non parlare poi del cibo che, oltre ad essere pressoché immangiabile è anche scarso. I detenuti stranieri hanno più difficoltà primo perché i secondini li trattano in maniera differente dagli italiani e poi perché se uno non sa l’italiano è quasi impossibile districarsi nella burocrazia interna al carcere. Ci è capitato più di una volta di compilare “domandine” o scrivere lettere in italiano per loro. Qui dentro, tra l’altro la burocrazia trionfa e spesso è estenuante, tutto si muove grazie a documenti o firme. Allo speciale poi la cosa è ancora più accentuata: per ogni singola cosa che si vuole fare, come portare fuori libri, cd, per poter ricevere determinate cose, per poter fare i colloqui interni e per poter telefonare si deve compilare un modulo di richiesta detto “domandina”. Le attese a ci un detenuto è costretto per colpa di questo sistema sono interminabili. Nel nostro caso essendo in carcere preventivo i tempi si allungano ancora di più perché le decisioni non vengono prese dalla direzione ma dal tribunale quindi, ad esempio, ci è capitato di dover aspettare 15 giorni per ricevere una r ispos ta, comunque negativa, ad una richiesta di colloquio interno. Questo è solo quello che abbiamo toccato con mano fino ad ora, dopo tre mesi di carcerazione. Dopo tutto questo tempo la nostra situazione giudiziaria non è cambiata pur non essendoci prove sulla nostra colpevolezza continua la nostra detenzione. Fin dal primo riesame siamo stati etichettati come soggetti socialmente pericolosi. Questo è stato usato come scusa più volte per non consentirci di usufruire almeno della detenzione domiciliare comunque assurda e liberticida. Un altro pretesto è quello della reiterazione del reato visto anche il particolare momento politico. Ci sono state le elezioni politiche con corollario di instaurazione del nuovo governo, scelta ministri, nomina del presidente della repubblica, elezioni amministrative e poi il 25 aprile, 1 maggio, 2 giugno, tutte date a rischio disordini. Noi ipotizziamo che oltre a questo in realtà ci sia la volontà di creare il precedente per future mobilitazioni tentando di scoraggiare ed intimidire tutti i movimenti di lotta liberi da partiti e sindacati istituzionali. Il signor Fassino il giorno stesso del nostro arresto si è presentato in questura dando piena solidarietà alle forze dell’ordine ancora una volta vittime dei facinorosi. Contro che si ricorda della Resistenza solo il 25 Aprile scambiando le piazze per passerelle, noi ribadiamo la nostra pratica quotidiana di antifascismo militante.

 

Consapevoli di essere stati colpiti dalla macchina repressiva dello stato, il nostro pensiero e le nostre idee non sono state scalfite né piegate e ci auguriamo che compagne e compagni continuino a portare avanti le lotte.

Dal diario del carcere di Lorenzo

26 marzo 2006

Come tutte le mattine da quando sono qui mi sono svegliato convinto di vedere intorno a me le pareti della mia stanza: speranza che si è dissolta non appena ho aperto gli occhi vedendo le solite sbarre azzurre della porta ai piedi del mio letto, dall’altra parte della stanza. Subito dopo ci siamo ritrovati tutti, come al solito, in quella specie di buco grigio cemento che funge da cortiletto per il “passeggio”.

Solite sbarre, solito percorso, solite guardie dalle facce indifferenti.

Stamattina faceva fresco e ci siamo messi a discutere del riesame di ieri e di tutta la trafila necessaria per essere portati in tribunale: della perquisizione corporale, delle manette, di quegli autobus con spazi talmente angusti che se non soffri di claustrofobia cominci ad averla dopo esserci stato e dell’attesa interminabile nella cella comune in tribunale.

L’impressione che si ha subendo queste cose, stando qua dentro, è di non essere più umani: ci si sente un po’ numeri e un po’ carne da macello sballottata da una parte all’altra, è l’apoteosi della burocrazia e delle procedure inutili.

Oggi pomeriggio abbiamo deciso di non scendere con gli altri e di stare in cella a leggere, poi, un po’ per bisogno e un po’ per farmi passare il tempo ho lavato la biancheria nel lavandino.

Il bagno della nostra cella consiste in una stanzetta poco più grande di uno sgabuzzino, la turca in fondo, vicino alla finestra e, a parete, un lavandino che è tale e quale quelli che si trovano sui treni, poi c’è un mobiletto senza ante.

Ora sono le sette, abbiamo già cenato da un po’ e la giornata volge al termine.

Chissà se la settimana prossima ci libereranno...

 

30 marzo 2006

Ho Saltato qualche giornata ma, dopotutto, qui non succede assolutamente niente: siamo ancora in attesa di una risposta dal tribunale e, intanto, le nostre speranze di poter uscire presto si diradano sempre più.

La noia riempie le mie giornate e la televisione con i suoi programmi per lobotomizzati non aiuta assolutamente. Personalmente tento di evitare di inserirmi nei discorsi su come e quando usciremo e di non fare previsioni per non illudermi né deprimermi. Spesso sembra di stazionare in un limbo in cui non succede niente: una condanna non l’abbiamo e perciò nemmeno un fine pena, e tutto questo senza un motivo.

Intanto penso ai miei amici e compagni fuori e al momento in cui li rivedrò.

 

13 aprile 2006

La scarcerazione non arriva…
Sembra che giudici e opinione pubblica vogliano tenerci qui per farci confessare cose che non abbiamo fatto, in alternativa vogliono dei nomi.
La mia coscienza è comunque pulita e se pensano che questa reclusione possa servire a farmi pentire di essere antifascista si sbagliano di grosso e non otterranno niente.

 

30 aprile 2006

Ieri si è disputato nella zona passeggio della nostra sezione un “torneo di calcetto antirazzista” estemporaneo, le partite sono state:
ITALIA-NORD AFRICA
NORD AFRICA-ROMANIA
ITALIA-ROMANIA

Come al solito i mezzi erano di fortuna come il pallone mezzo sgonfio e le porte disegnate sul muro, ma siamo riusciti comunque a passare due ore in allegria. A giudicare dalla foga e dalla voglia di vincere dei giocatori, poi, sembrava veramente di assistere ad un campionato del mondo.

Oggi, invece, è stata la solita noiosa domenica televisiva...

E’ proprio in queste giornate che il pensiero vola verso la libertà e la nostalgia impera. Anche perché, ormai, è sbocciata la primavera e la temperatura è di quelle che invogliano a viaggiare, essere costretti qua dentro è a dir poco stressante, in ogni caso si tira avanti gio4rno per giorno.

 

1 Maggio 2006

Festa dei lavoratori.

Qui, invece, è una giornata come le altre. Assistere alle manifestazioni e ai festeggiamenti alla televisione, poi, è molto deprimente. Per fortuna esistono i libri.

 

3 Maggio 2006

Oggi sono arrivate nuove notizie.

Sembra che abbiano chiuso le indagini e dai nostri atti sono scomparsi tutti gli oggetti che ci erano stati accollati, sembra una buona notizia… Si dice anche che l’udienza preliminare sarà i primi di giugno.

 

4 Maggio 2006

Sono arrivati i documenti che attestano la chiusura delle indagini, non c’è nessuna novità sostanziale, a parte il fatto che, come si diceva, non compaiono gli oggetti trovati sul luogo del nostro arresto (in buona parte portati dentro dagli stessi carabinieri).

 

7 Maggio 2006

Una domenica noiosa come tante...

All’aria c’era uno dei rumeni che faceva il gioco delle tre carte scommettendo bottiglie di coca cola; purtroppo per lui, però, non è troppo bravo e si vede quando bara...

Ieri si è fermata una guardia a parlare davanti al blindo.

Si lamentava di quanto poco prendano gli statali e di come fosse quasi impossibile per lui arrivare a fine mese.

Non solo fanno un lavoro da infami e da servi, ma sono anche sottopagati...

 

10 Maggio 2006

Oggi è stata una bella giornata di sole, giù all’aria si stava abbastanza bene… se solo non ci fossero i muri tutt’attorno si starebbe ancora meglio.

Gli altri ragazzi sono stati dall’avvocato ma le notizie sono più o meno le solite… Abbiamo deciso di affrontare il processo con il rito abbreviato. Domani Pingue ha il riesame, spero per lui che vada bene, anche perché se lo rilasciano dovrebbe essere un buon segno per tutti, tra l’altro non lo vedo troppo bene qua dentro, sembra sempre un po’ depresso.

Per il resto non c’è niente di nuovo, a parte la lampadina del bagno che ancora non funziona e oltretutto fa interferenza con la tv.

 

12 Maggio 2006

E’ arrivata la data del prossimo riesame, siamo tutti tra il 25 e il 26 Maggio...

Io devo andare in tribunale il 26 insieme a Ivan e Nicola, ho pochissima voglia di fare la solita trafila per stare 10 minuti scarsi in aula e assistere alla solita farsa.

 

14 Maggio 2006

63° giorno di reclusione...

Oggi è stata una giornata di sole con una temperatura da primavera inoltrata, questo mi fa pensare che, quest’anno, la primavera non l’ho nemmeno vista...

 

15 Maggio 2006

I compagni difesi da Mazzali sono andati a colloquio e hanno ricevuto la documentazione inerente al nostro processo, un plico enorme di fogli in cui sono inclusi tutti i dati sulle indagini comprese foto, dati degli indagati, cartelle cliniche dei carabinieri feriti, denunce dei privati eccetera...

C’è materiale sufficiente per poter pubblicare un libro in più volumi.

I due compagni che sono stati arrestati per ultimi sono andati al riesame il 10 e sono usciti sabato, ciò mi rende abbastanza ottimista  anche sull’esito del nostro, anche se preferisco non pensarci troppo per non illudermi. Finchè non avrò messo piede fuori di qui non voglio ascoltare tutte le voci che girano sulla data della nostra scarcerazione.

All’aria si è svolta la solita partitella che è immancabilmente sfociata in litigio, sembra quasi di essere al campetto comunale e vedere dei bambini di 10 anni che giocano… Non si direbbe proprio che ognuna di queste persone ha dietro di se storie veramente allucinanti.

Siamo poi riusciti a metterci d’accordo sul prendere pentolame e cibo per poter cucinare in cella, anche perché il mangiare che passa il carcere, soprattutto di sera, è veramente orrido. Oltre a questo ho la convinzione (non so se fondata o no) che nel latte della mattina mettano un qualche tipo di tranquillante: dopo averlo bevuto o torno a letto o mi sento fin troppo rilassato, nel dubbio ho deciso di boicottarlo. Per il resto della giornata non è successo nient’altro che sia degno di nota.

 

17 Maggio 2006

Oggi sono un po’ nostalgico... continuo a pensare a quanto sarebbe bello essere fuori insieme ai miei amici e compagni... In ogni caso provo a non pensarci, la nostalgia della libertà e del mondo esterno è la cosa più brutta dello stare in carcere... Per me supera di gran lunga la lentezza snervante della burocrazia interna o la strafottenza di certi secondini.

La nostalgia si insinua nella tua testa lentamente, è una cosa subdola che ti coglie nei momenti più impensati: basta un gesto, una parola o un particolare per riportare alla mente il piacere della libertà.

Poi ti viene in mente che, mentre per te la vita si è momentaneamente fermata, per tutti quelli fuori continua più o meno come sempre e ti prende un senso di inutilità e di impotenza che ti abbatte e, a volte, è difficile stare su.

Per questo l’unica cosa da fare è attaccarsi ad ogni più piccola cosa che succede tra queste quattro mura, e così evitare di pensare alla vita fuori e a tutto ciò che ti perdi.

 

18 Maggio 2006

Stamattina sono venute le guardie per il controllo sbarre di rito… e mi hanno costretto a liberare la “mia” parete... non ho parole... non si possono attaccare manifesti politici o foto a sfondo politico... nessun commento.

 

26 Mggio 2006

Stamattina alle 7 il secondino è venuto a chiamarci, dopo 3 quarti d’ora io, Nicola e Ivan eravamo in una cella nel seminterrato. Dopo un’oretta c’è stata la perquisizione di rito poi, ammanettati e legati come cani siamo saliti sul cellulare.

In tribunale siamo stati chiusi in una cella senza luce per un bel po’ di tempo.

Poco dopo, rimesse le manette, mi hanno portato in aula passando dal parcheggio esterno... c’era gente nel parcheggio, passare ammanettato e tirato da una guardia è stato un po’ umiliante.

Dopo aver scambiato due parole con l’avvocato sono entrato in aula. Il tutto è durato meno di 10 minuti.

Abbiamo pranzato con pane e wurstel come al solito e siamo tornati in carcere. In autobus ho scambiato 4 chiacchiere con 3 detenuti del C.O.C., abbastanza simpatici.

 

31 Maggio 2006

Domani Dudu (il lavorante del nostro piano) va in appello e siccome gli mancano comunque 4 giorni per finire la sua pena è probabile che lo liberino domani stesso.

Sono molto contento per lui anche perché, fino adesso, è stato disponibilissimo nei nostri confronti e, secondo me, è una gran persona.

 

4 Giugno 2006

Domenica. Ieri abbiamo visto l’avvocato: ancora il processo non è stato fissato e le voci sono sempre le solite.

Oggi su repubblica è apparso un articolo sull’11 marzo ma, fondamentalmente, non dice niente di nuovo.

Stamattina Dudu è passato a salutarci prima di uscire, ma dopo un paio d’ore è tornato dicendo che, dopo essere stato in matricola, controllando i suoi documenti è venuto fuori che deve scontare altri 4 mesi per un ordine di espatrio che gli è arrivato nel 2002 non rispettato…
Posso solo immaginare quanto sia stato colpito da questa cosa… Era già pronto con le valigie per partire, mi dispiace tantissimo per lui.

 

6 Giugno 2006

I ragazzi di Milano sono andati dall’avvocato e sono tornati con il secondo falcone del processo.

Non ci sono novità, a parte il fatto chele nostre dichiarazioni sono state trascritte un po’ approssimativamente.

Domani dovrebbero decidere la prima data del processo che dovrebbe essere verso fine giugno.

Ieri Cristian (cella 2, che è arrivato da un mesetto) ha avuto un permesso di 12 ore per andare dalla sua compagna che ha partorito.

Non deve essere stato il massimo dover tornare qui subito dopo.

Tra poco saranno tre mesi.. tre mesi senza condanna e senza motivo.

 

8 Giugno 2006

La data del processo non è ancora stata fissata, probabilmente domani si saprà qualcosa di più preciso.

Durante l’ora d’aria ci sono stati momenti di tensione: un detenuto si è arrampicato fino a sedersi sul davanzale di una finestra al 4° piano poi, dopo aver rotto una finestra, ha cominciato a tagliarsi... Non siamo riusciti a capire il motivo...

Ho avuto modo di parlare u po’ con un algerino arrivato da poco... Abbiamo discusso del rapporto occidente-oriente e sui giochi di potere degli stati uniti e dell’europa e non posso che dargli ragione.

Dal ’97 quest’uomo viene accusato di terrorismo non appena succede qualcosa, ed è entrato in carcere molte volte pur non essendo mai stato implicato in niente. Gli basta il fatto di essere musulmano praticante.

 

11 Giugno 2006

3° mese di detenzione

Domenica. Classica giornata da passare tra le letture.

Ora come ora stiamo aspettando il 28, data in cui è stata  fissata la prima udienza del processo. Dovrebbe finire tutto entro il 20/21 Luglio...

Almeno abbiamo una data precisa da attendere.

 

17 Giugno 2006

Oggi c’è stata la manifestazione qui a Milano. Si sentiva un gran casino dalle nostre finestre ed è stato bello vedere compagni e amici che, a sorpresa, ci sono venuti a trovare.

 

21 Giugno 2006

Mercoledì. Niente di nuovo.

Da qualche settimana le celle sembrano veri e propri forni sia di notte che di giorno e dormire è molto difficile, la gommapiuma che ricopre i letti poi peggiora la cosa...

 

29 Giugno 2006

Ieri siamo andati in tribunale per l’udienza preliminare, l’iter per il trasferimento è il solito... Fatta eccezione per il fatto che, questa volta, gli autobus erano veramente roventi.

Sono state fissate le date delle altre udienze: 10, 11, 14 e il 19 ci sarà la sentenza.

 

 

 

La sera dell'11 marzo 2006 a Libera, verso le dieci, è arrivata la conferma che a Milano erano state arrestate una quarantina di persone, tra cui compagni anarchici a noi molto vicini. Da allora è iniziata la nostra solidarietà attiva che continua tuttora.

 

 


 

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Invitiamo chiunque a diffonderlo quanto più possibile, con i mezzi e nei contesti più affini, diffidando l’uso a scopo di lucro.

 

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