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Racconto di un medico in una zona di guerra.
Queridos companeros, passato un poco di tempo dalle ultime parole scritte, dalle ultime parole che il cuore affidava al vento maestrale per salpare ed attraversare l'oceano, parole per costruire ponti di speranze e solidarietà tra popoli, culture diverse, atto sublime di tenerezza come dicevano in Nicaragua diversi anni fa.
Adesso , la giungla detta i tempi della mia quotidianità, tempi di sole, mais, terra, contadini. Così il nostro lavoro di Medici da campo, da frontiera, ai limiti del tempo razionale, tra mille difficoltà, resistendo, vivendo sulla pelle, nel cuore quella grande scuola di medicina familiare, sociale, compromessa con tutto il popolo, Medicina di CAMPO, medicina dove la clinica e la preparazione chirurgica, di medicina interna , infettologia, ostetricia, e soprattutto Urgenza, sono l'attuare constante del medico in zona di conflitto.
Sto lavorando in una unità medica di campo, un ospedale nella remota Selva Lacandona, a 4 ore di cammino sterrato, poi si deve attraversare un fiume, il Jatat, con dei tronchi scavati (cayucos, li chiamano) remare per 20 minuti e dopo un poco di camminata , su sentieri di fango, fino, a una piccola collina, ecco l' Ospedale: Struttura costruita negli anni settanta, di pietra caricata a groppo, con sudore,con forza, con speranza di poter costruire uno spazio per salvarsi, per salvare, per non continuare a seppellire morti, bambini, donne, anziani, uomini.
Si, la morte atto presente nella vita di questo popolo, cosi ingiusta, cosi tremenda, imponente.
Una struttura di 90 metri quadrati, tra la giungla selvaggia con tutta la straordinaria rappresentazione del mondo degli insetti, tra tarantole, serpenti a sonagli, scorpioni, si inizia a pulire, a sistemare, a dar vita ad uno spazio di lavoro, di azione, si sterilizza il materiale, si organizza l'area per operare, per l'ossigeno, per dare le visite, per vaccinare, per attendere i parti ecc, tanto lavoro organizzativo.
Ci aiutano i companeros del villaggio, contenti, entusiasti, finalmente si riapre l'ospedale, con il DOC, cosi mi chiamano (pochi Medici sono disposti a venire a lavorare in questo territorio, conflittuale, poverissimo, difficile da raggiungere). Finalmente dopo mesi di abbandono, cominciamo a lavorare, apriamo le porte,  mattina presto, sono le cinque e mezza troviamo tantissima gente, bambini, neonati, donne gravide, anziani, con i loro vestiti tradizionali, con i cavalli a pochi metri sotto gli alberi, un intero fiume di persone, tutto il popolo e per tutto il giorno, continuano ad arrivare, scendono dalle montagne, risalgono i fiumi, camminano ore ed ore, un pellegrinaggio, gente, popolo, malattie, fame, resistenza, speranza, dolore e allegria, tutti gli ingredienti della vita, nel nostro ospedale?
La notte, continuano ad arrivare, a bussare alla porta, parlando rapidamente in Tzeltal, lingua maya, chiedono aiuto, sono spaventati, con delle piccole lampade a mano ci accompagnano, correndo in questi sentieri argillosi, verso capanne, con tetti di paglia e lamina dove al centro un letto di tavole con una donna e tante altra donne attorno, si  complicato il parto; in un'altra troviamo un bambino con un grave stato di infezione, in un'altra ancora con paludismo, un'altra donna con convulsioni, e tantissime altre urgenze, tanti sentieri, tanti passi, tante capanne, tanto lavoro per vederli sopravvivere.
Le emergenze sono continue: morsi di serpenti, ragni velenosi, malattie tropicali, tra le quali malaria, lesmaniasi, colera, dengue, neurocistocircosi, tuberculosi, NEUMONIA y gastroenteritis, tifoidea, tifo, scighella, e tutte le infezioni immaginabili, a parte poi tutti i pazienti che riceviamo di traumatologia.
Il nostro ospedale si trova dentro un villaggio di indigeni, Della etnia tseltal, uno dei gruppi di origine maya, comunità di 6 mila abitanti, ubicato dentro una regione circondata da 50 altri villaggi, con un totale di 30 a 40 mila.
SONO l'unico medico in un'unica struttura di salute, tra queste montagne. Allego una relazione di lavoro dell'ultimo mese, centinaia di visite, 100 domiciliari, più di 80 urgenze, tra le quali si sono realizzate diverse operazioni chirurgiche di emergenza, sono molto frequenti i traumatismi cefalici, di torace ed addome per caduta di cavallo, unico mezzo di trasporto e di lavoro, campagna di vaccini, attenzione di parti, siamo nella regione con il più alto indice di mortalità delle donne gravide e di mortalità neonatale del continente americano.
Nell'ultimo mese sono morti due neonati nel villaggio per esempio. Inoltre il conflitto armato si è riacceso, con scontri tra basi di appoggio della guerriglia locale e gruppi paramilitari, trasformando la Nostra unità Medica in unica referenza in campo di battaglia, di questa regione, molte volte siamo scortati nelle visite ai villaggi vicini, queste visite si realizzano a cavallo, montando per ore tra la vegetazione.
Difficile trovare le parole per esprimere l'emergenza che viviamo, abbiamo bisogno un po' di tutto, da flebo, medicina, stock di chirurgia, fondi per riaggiustare l'ambulanza fluviale, unico mezzo di trasporto, una barca con un motore YAMAHA di 75 cavalli, che da due anni è rotto, adesso bisogna remare, luci di emergenza, strumenti per operare, ma sopratutto MEDICINE.
Mi appello nuovamente alla vostra generosità, al vostro essere companeros, al vostro corazon, aiutateci, siamo in mezzo ad una guerra e abbiamo davvero poco, lavoriamo IN UNA SITUAZIONE ALLARMANTE, GRAVISSIMA, CRITICA, AIUTATECI . GRACIAS,
"POTRANNO TAGLIARE I NOSTRI RAMI, POTRANNO BRUCIARE IL NOSTRO TRONCO PERO' MAI POTRANNO DISTRUGGIERE LE NOSTRE RADICI".