La Primavera dell'Anarchia

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La Primavera dell'Anarchia è un'iniziativa dello Spazio Sociale Anarchico/Libertario Libera, pensata per ricordare gli anarchici che nel 1936 partirono dal modenese per combattere a fianco dei loro compagni spagnoli. Una parte di storia che la storia ufficiale ha preferito dimenticare. Noi oggi, a 70 anni di distanza, vogliamo riportarla alla luce.

Per informazioni e contatti, fate riferimento al sito e all'email di Libera: www.libera-unidea.org - libera.mo@libero.it


1936-2006 Modena
tra antifascismo e Rivoluzione

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È il 7 aprile 1920 quando nella piazza principale di Modena, in piazza grande, in migliaia si ritrovano per protestare contro l’eccidio di Decima Bolognese dove persero la vita 7 lavoratori ed il sindacalista anarchico S. Campagnoli. La folla sembrava limare i limiti fisici della piazza quel giorno, sembrava portare via pietre e sabbia al duomo per farsi posto, sgomitare contro i palazzi che lascino spazio alla loro rabbia.
Su un mare di teste una bandiera con la scritta “Giù le armi” si vede sin dalla fine della piazza, la vedono anche i regi carabinieri che pensano bene di disattendere l’invito e di aprire il fuoco. Non si capisce bene da dove arrivino quei colpi, da che parte sia meglio scappare poi i carabinieri li si vede ben chiari sul portone del municipio e allora via per le strade laterali, tutti tranne cinque. Gli anarchici modenesi decidono allora di passare all’azione, di fare come in Spagna, di armarsi per difendere le manifestazioni operaie. La caserma 2° campale nella notte tra il 15 ed il 16 maggio deve essere sembrata un pò più vuota ai militari di guardia; erano scomparse infatti 6 mitragliatrici FIAT, 2 casse di munizioni ed altro materiale, tanto che Rivoluzio Gilioli con i suoi 17 anni non credevano ai suoi occhi quando al di là del muro di cinta si vide consegnare tutti questi arnesi da caricare sul camion e rimase per tutto il viaggio a cercare di ovattare con le smorfie del viso il rumore di ferraglia che proveniva dal cassone del camion.

L’11 novembre 1921 alle 22 Renzo Cavani, Luigi Evangelisti ed altri si sentono chiamare da alcuni fascisti fuori da un’ osteria:
Cavani, dobbiamo parlare. Fermati.
E’ troppo tardi Tabaroni, parliamo domani, con la luce.

Ma Renzo mentre diceva queste parole già correva e pure i suoi compagni correvano alla stessa velocità con la quale i fascisti cercavano le rivoltelle nelle giacche.
Dopo è difficile dire se qualcuno mirò a qualcun altro, ci fu solo un traffico enorme di proiettili, ed uno di questi decise di parcheggiare nel cuore di Tabaroni. Un altro fascista ucciso in pochi mesi, troppo per la sola Modena, così Cavani non passò neppure da casa , che era sulla stessa strada ma scappò subito con gli altri, all’estero la notte stessa sulle tracce di Rivoluzio che la notte dopo essere sceso dal camion ed aver nascosto le mitragliatrici capì che qualcuno aveva parlato troppo e che non conveniva aspettare conferme a questo suo presentimento.
Precisamente un anno dopo Cavani scrisse alla madre che tutto andava per il meglio e che non si preoccupasse che lì dov‘era i fascisti non sarebbero arrivati, le consigliò di essere prudente; affrancò la busta e scrisse l’indirizzo, Via Tabaroni n°5: il fascismo era ormai al potere.
Il viaggio che faremo con La Primavera dell’Anarchia parte da qui, parte da dei ragazzi con la loro voglia di libertà e di giustizia sociale da quel microcosmo rivoluzionario che era la provincia di Modena , parte con le prime azioni contro i fascisti, parte da qui e poi segue i loro passi, i loro sogni da rifugiati e segue l’alba di nuove possibilità che si prospetta loro con lo scoppio della rivoluzione spagnola. Ripercorreremo con mostre, percorsi musicali piuttosto che teatrali e con la visione di filmati di quegli anni, il cambiamento che la rivoluzione portò nella vita di milioni di persone. Cercheremo di cogliere la spontaneità con la quale la società spagnola arrivò a collettivizzare le terre, le fabbriche e a proporre un nuovo modello sociale ed economico che non prevedesse lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Così anche noi quest’anno nelle piazze dei paesi dai quali partirono questi personaggi, porteremo un furgone rosso e nero con le scrite C.N.T. F.A.I , pronti a partire anche noi per la Spagna. La rivoluzione Spagnola non la guerra civile come abbiamo sempre tenuto a specificare, la rivoluzione spagnola, quei giorni là da buttare come àncora nella bocca di quelli che ci chiedono “dove si sia mai realizzata la nostra bella idea?”, l’utopia schiacciata nel reale, la poesia dell’anarchia che si scrive nelle strade e non più su fogli di carta. Forse è la stessa idea che dev’esser passata per la mente a Renzo Cavani, Luigi evangelisti, Equo Gilioli ed altri quando partirono da Parigi il 3 agosto 1936 per andare a dare il loro contributo alla rivoluzione. Partirono con un camioncino con gli occhi spalancati per paura o per sogno e le pistole nelle tasche che lasciavano già i primi lividi di quella decisione. L’inizio del viaggio mutava il paesaggio nel finestrino poi di colpo il paesaggio si bloccò ed i Pirenei monopolizzarono lo sguardo. Equo guidò fino alla frontiera, senza sosta stringendo solo un pò più forte il volante quando il sonno si faceva prepotente o ondulando il busto quasi a voler spingereil camion più forte . Arrivò in Spagna, scese svelto e si inginocchiò di colpo: le ginocchia avevano perso memoria di altra posizione che non fosse quella al volante. Ed al volante restò Equo, scarrozzando Rosselli per la linea del fronte finchè un giorno non lasciò il motore acceso, la portiera aperta e tornò in Francia. La militarizzazione delle milizie gli aveva suggerito scenari inquietanti. Lo stesso Rivoluzio che arrivò in Spagna un pò dopo Equo e tornò solo con una lettera capì che stava succedendo qualcosa di strano ma continuò ad insegnare a leggere e scrivere ai suoi compagni e fare loro la barba perché sembrassero meno provati. Sentì un colpo Rivoluzio che diventarono trenta, quaranta sulla pelle, e si ricordò del 2° campale e del muro di cinta.
Scrisse una lettera alla moglie dall’ospedale di Barcellona, una lettera alla sua compagna in cui diceva che in vita sua aveva amato solo lei e la rivoluzione e sarebbe morto per una o per l’altra. Lasciò che passasse un giorno, Rivoluzio, poi chiamò la morte con il suo stesso nome, 34 anni 2 ore 5 minuti dopo che suo padre Onofrio si recasse al municipio di Novi di Modena per iscrivere il suo nome all’anagrafe.
Per ricordare quei giorni di gioia saremo nelle piazze, pronti per un nuovo “assalto al cielo”.

di Ivano Pantaleo
da Senza Governo n° 2