Il primo prodotto del collettivo è stata una mostra che raccoglie notizie sui pensatori e le esperienze di pedagogia libertaria che ci sono sembrate maggiormente significative. Questo percorso e la conseguente iniziativa di produrre la mostra emersero all'interno di una più ampia riflessione sulla società che vorremmo e, soprattutto, sulle proposte da portare in quella attuale come nostro contributo al cambiamento sociale. In una riflessione del genere il tema dell'educazione non poteva certo essere trascurato, ma ben presto ci siamo accorti di quante contraddizioni di quale complessità porti con sé. Che cos'è l'educazione? Una sera di gennaio, parlando con una compagna anarchica, insegnante di italiano alle superiori, ho avuto modo di rinnovare le riflessioni sulla paradossalità di una proposta libertaria in merito all'educazione, soprattutto in vista di una proposta percorribile nella società attuale. La compagna sosteneva che parlare di educazione libertaria è assurdo, a meno che non si voglia far riferimento a esperienze storiche quali quella di Ferrer in Spagna. Pur non condividendo pienamente la sua posizione, non me la sono sentita di darle torto. Parlare di educazione significa parlare di condizionamento degli individui, della loro formazione e sviluppo, di mezzi con cui attuare tale condizionamento. Altre parole, come insegnamento e formazione, hanno un significato restrittivo, che esclude, soprattutto, il discorso per noi centrale dell'autodidattica, dell'autonomia individuale nell'acquisizione di sapere e della promozione di questa autonomia. Ma la compagna insegnante introduceva un'ulteriore elemento a sfavore dell'educazione libertaria, intesa come etichetta per una proposta originale in merito ai “processi formativi” degli individui come attori sociali: se il pensiero libertario è rivoluzionario, a cosa lo si vorrebbe porre a fondamento, alla formazione di individui rivoluzionari? Esiste forse una disciplina della libertà e della rivoluzione? Chi potrebbe autorevolmente definirla e con quale diritto insegnarla? Decisamente una vita potrebbe non bastare a sciogliere tutti i nodi della matassa. Tuttavia come anarchici, come libertari, non possiamo sottrarci a una seria riflessione in merito: il sistema educativo attualmente maggioritario (pensiamo soprattutto alla scuola pubblica) riproduce attraverso i propri processi la società che avversiamo. Ciò è verificabile da ognuno, quotidianamente, nei rapporti umani e sociali, drammaticamente segnati dalla mancanza di assunzione di responsabilità individuale, mancanza che produce l'enorme difficoltà di avviare processi di relazione tra le persone che possano incidere nella vita sociale. Tutto ciò contribuisce significativamente a lasciare campo libero al potere, che sempre più si sente legittimato ad agire da una delega che in realtà è autoreferenziale, vuota di rappresentanza, ma comunemente accettata anziché rifiutata in favore di una partecipazione autentica. La scuola così com'è funziona: produce i cittadini di cui lo stato ha bisogno. Come cambiarla? Da dove cominciare? Punti di vista Il sistema scolastico pubblico, così profondamente funzionale alla perpetuazione delle disuguaglianze e del principio di autorità, non lascia spazio all'attuazione di pratiche libertarie; non nella prospettiva di poterne vedere i frutti in questa società domani. Del resto, per chi avesse scordato il proprio, basterebbe dare uno sguardo disincantato a un qualsiasi edificio scolastico per rendersi conto della natura carceraria dell'istituzione che ospita. E così, come da nessun carcere è mai uscito un “cittadino per bene”, ci si trova con docenti che riproducono gli stessi atteggiamenti repressivi e normativi che da studenti rifiutavano o subivano. La macchina dell'ignoranza e dell'integrazione si autoalimenta, sfuggendo al controllo di chi la vive in prima persona. Quindi uscirne del tutto? Per andare dove? È vero che esistono esperienze di scuole alternative, le cui pratiche educative si fondano su presupposti libertari, ma sono ancora ben lontane dall'affermarsi come modello, oltre che, per certi versi, criticabili. Ponendosi nella prospettiva di costruire realtà educative autonome, autogestite, alimentate da un'idea diversa della società, del pensiero e del sapere, definire il senso dell'educazione non è il solo nodo da sciogliere. Per rimanere in tema di educazione oggi, ragionando in termini globali rimane imprescindibile il grande problema della separazione dei saperi, in primo luogo la dicotomia tra sapere scientifico e umanistico. La specializzazione nei diversi campi della conoscenza ha raggiunto livelli tali da impedire la comprensione e, quindi, la risoluzione di problemi globali, quali sono tutti quelli che affliggono le nostre società. Ogni campo della vita è legato agli altri: rapporti economici, rapporti sociali, relazione uomo-ambiente, tecnologie; tutto ciò che ci riguarda è interconnesso e la frammentazione dei saperi e della società sembrano sigillare definitivamente questo nodo gordiano. Così, se si cerca nella conoscenza qualche risposta ci si trova di fronte un universo in cui la specializzazione e la divisione del lavoro, esasperate, lontane dal poter offrire soluzioni spesso costituiscono invece un freno che pare prospettare la sclerosi del sistema e una sua implosione. Spostandosi dal globale al “locale”, e ammettendo di poter proseguire sulla strada delle sperimentazioni libertarie in ambito educativo, facendola avanzare, rimangono comunque problemi banali, quali il modo in cui finanziare tali progetti, senza limitarne l'accessibilità in base alle possibilità economiche dei singoli, o come un progetto concreto di “educazione libertaria” si relazionerebbe a una società autoritaria. A cosa dovrebbe servire il sapere acquisito in una non-scuola, che aborre l'autoritarismo, in una società autoritaria? Non è certo pensabile che una non-scuola autogestita possa disegnare i propri percorsi con la finalità di dare un titolo di studio: rincorrere un riconoscimento delle istituzioni e la spendibilità sul mercato del lavoro riporterebbe un progetto che vuole essere alternativo allo stesso modello a cui si oppone. Inoltre, come rendere le esperienze libetarie capaci di contaminare la società, di costituire un modello realmente alternativo? Si tratta forse di costruire una società libera nella società autoritaria? Quali devono essere le finalità e i presupposti di una non-scuola perché possa ritenersi una proposta concreta al cambiamento della società? La costruzione di percorsi educativi alternativi rimane, anche a livello locale, strettamente e inevitabilmente legata al discorso globale della lotta a tutto campo alla società autoritaria: costruire una non-scuola implica la costruzione di un non-mercato del lavoro, di rapporti sociali paritari e partecipativi. Forse una non-scuola dovrebbe “limitarsi” a offrire percorsi di crescita autonoma, di sperimentazione di libertà, di promozione del senso di responsabilità, affinché ogni individuo si senta protagonista delle proprie scelte anziché attore sociale espropriato della propria libertà dal copione delle norme istituzionali e di mercato. Tutto ciò però è concepibile solo nell'ottica di un'emancipazione complessiva, che investa ogni campo della vita sociale. Risulta necessario, quindi, inquadrare qualsiasi discorso su un'educazione libertaria in un più ampio discorso, il più ampio possibile, su una società diversa, nell'ambito di una rivoluzione di pensiero che sia anche una rivoluzione del lavoro, dei rapporti sociali e dei rapporti tra società e ambiente. In altre parole, una prospettiva che non può escludere il conflitto, che deve anzi prepararsi a immaginare strategie di lotta efficaci, superando l'orizzonte dell'acquisizione di diritti, sanciti dalla legge, per puntare a quello dell'autonomia e della reale partecipazione alla costruzione del presente. Porre la questione conflittuale in questi termini, permetterebbe forse di porre anche i presupposti per il superamento della frammentazione categoriale che, nel mondo del lavoro e non solo, costituisce un limite pericoloso. Una rete è meglio di un manifesto L'ambito educativo, con tutti i suoi limiti e in tutta la sua complessità, ha un pregio che lo rende prezioso per una società: mettendo in relazione generazioni diverse e ambiti sociali relativamente diversi, in luoghi e momenti determinati e condivisi, il tutto nel contesto della società di cui tutti gli attori in gioco fanno parte per tutto il loro tempo, è il “luogo” in cui la complessità della società e della vita si concentrano nella sincronia e nella condivisione dello spazio, dunque un luogo privilegiato di osservazione, maturazione e sperimentazione. Certo il modo in cui impiegare questo tempo e questo spazio e a quale scopo può cambiare enormemente le prospettive e nulla può darsi per scontato. Parafrasando Edgar Morin che parafrasa Kleist, se l'educazione può servire a qualcosa, probabilmente è a rendere le persone “migliori”, se non più felici. Sul significato di “migliori” credo che possiamo intenderci senza tante spiegazioni, se pensiamo all'educazione come a un elemento utile ai nostri desideri di emancipazione. Quindi? Di certo una non-scuola deve consentire piena e costante partecipazione alla sua realizzazione a tutti gli attori interessati, contrariamente a quanto succede nella scuola, pubblica e non. Nell'interessarci a questo tema enormemente complesso abbiamo voluto peccare un po' di entusiasmo e di superbia, quindi, non contento della mostra, il collettivo Scuola Libera ha prodotto una dichiarazione di intenti. Tra i punti cardine c'è l'apertura di un'aula autogestita dagli studenti in ogni scuola, uno spazio minimo di libertà in un'istituzione asfissiante, dove poter discutere, anche con il contributo positivo di insegnanti, di pedagogia, di riforme, dei movimenti che hanno criticato e cambiato la scuola e, soprattutto, di quelli da costruire. Siamo consapevoli del fatto che la proposta di un collettivo, formulata in assenza di fermenti e movimenti significativi, non può che cadere nel vuoto. L'abbiamo lanciata in città, nel periodo di contestazione al decreto Gelmini, con la volontà di sondare l'ambiente studentesco, trovando molto interesse da parte degli studenti medi. Nonostante la desolazione generale, abbiamo scoperto con enorme piacere studenti, quasi o appena maggiorenni, molto lontani dallo stereotipo dei ragazzini disinteressati e refrattari a qualunque tipo di impegno; al contrario: capaci di esprimere enorme senso di responsabilità e consapevolezza del proprio ruolo. Certo, la nostra piccolissima e brevissima esperienza rimane un granello di sabbia, ma, oltre alle esperienze esistenti e ben più significative, quanti altri granelli di sabbia possono esserci in questo deserto? Inoltre, le numerose esperienze di scuole alternative esistenti, in Italia e nel mondo, in cui si praticano progetti educativi che puntano a promuovere la democrazia diretta nelle scuole, secondo i principi dell'educazione democratica (libertaria), stanno cercando da anni di condividere e coordinare il proprio lavoro. Esiste una conferenza internazionale che permette a queste esperienze di confrontarsi sui temi dell'educazione a tutto campo; nell'agosto 2008 si è tenuta a Lipsia la prima conferenza EUDEC, acronimo di European Democratic Education Conference, iniziativa nata all'interno delle riunioni dell'IDEC (International Democratic Education Conference). Coerentemente coi principi condivisi di democrazia diretta, queste conferenze sono organizzate e partecipate non da specialisti, ma da studenti, docenti, genitori, personale scolastico in genere (lo stesso acronimo IDEC fu proposto da due studentesse quattordicenni della Sands School, in occasione della seconda conferenza). Mentre i primi incontri dell'IDEC avvenivano tramite invito, ora chiunque sia interessato può iscriversi e intervenire nei lavori. Si tratta di un'esperienza importante e, a mio avviso, da promuovere: così come nel campo del lavoro, della partecipazione alla vita politica e sociale e della socialità esistono “oasi” di sperimentazione del mondo nuovo che auspichiamo e per cui lottiamo, anche nel mondo dell'educazione la novità è già presente, ma è ancora ben lontana dall'affermarsi, perché fatica addirittura a farsi conoscere e a diffondersi tra gli stessi “addetti ai lavori”. Certo l'apertura di nuove oasi libertarie in campo educativo è auspicabile, necessaria, ma continuare comunque a lavorare per mettere in rete le esperienze esistenti, per quanto minime, forse è la strada giusta per smettere di essere sempre olio e cominciare a fare davvero il lavoro della sabbia anche negli ingranaggi della scuola. |